Storia

Gli ottant'anni della Portela: una marcia verso il Brennero

La guerra per gli italiani è finita quindi tutti in colonna e subito in marcia perché giù a Vipiteno c’è la tradotta che porterà i militari a casa. Ma fra i soldati non c’è gioia per ché non si capisce cosa potrà accadere
PRIMA PARTE La strage della Portela
SECONDA PARTE La guerra arriva dal cielo
TERZA PARTE Dopo le bombe l'armistizio
QUARTA PARTE La speranza di pace dura poco
QUINTA PARTE I tedeschi prendono il controllo
SESTA PARTE Un esercito in rotta
SETTIMA PARTE Gli italiani come schiavi
LA GALLERY Le immagini dopo il bombardamento

 

di Luigi Sardi

Mario Girardi aspettava con i suoi commilitoni nella piazza di Casateia, borgo vicino a Sterzing. Con lui, ma senza armi, c’erano soldati tornati dall’inferno della Russia, i “veci” che avevano visto le rive del Don, che avevano fatto la grande ritirata tutta a piedi, dietro i muli, con i 75/13 che se colpivano in pieno i T34 dell’Armata Rossa, graffiavano appena la corazza.

Girardi era il disegnatore del reggimento, aveva poca dimestichezza con la Breda e i pezzi dell’artiglieria, ma sapeva, perché lo raccontavano i superstiti dell’Armir, che per fermare un carro o la cannonata colpiva un cingolo del mostro d’acciaio, oppure centrava una feritoia: in questo caso lo spostamento d’aria uccideva gli uomini dell’equipaggio.

Lo aveva sentito dire anche dal sottotenente Aldo Daz e dal capitano Vittorio Tranquillini usciti fra gli ultimi dalla sacca di Nikolajewka. Ecco, nella piazzetta del paese arriva una camionetta Volkswagen, sul cofano è seduto il tenente Glicerio Vettori, che poi diventerà senatore della Democrazia Cristiana. Dietro di lui i tedeschi con i mitra spianati.

Come era successo sul Gran Sasso nell’azione per la liberazione del Duce, i soldati germanici avevano usato come scudo un ufficiale italiano. Gli ordini sono rapidi. La guerra per gli italiani è finita quindi tutti in colonna e subito in marcia perché giù a Vipiteno c’è la tradotta che porterà i militari a casa. Ma fra i soldati non c’è gioia per ché non si capisce cosa potrà accadere. La colonna si forma, si muove, ma Girardi cammina piano.

Fra la truppa correva una voce: paracadutisti americani si sarebbero lanciati nella zona del piccolo aeroporto di Sterzing per occupare il passo del Brennero e tagliare i rifornimenti alle truppe germaniche che combattevano in Calabria. L’ipotesi non era poi così peregrina, era suggestiva e comunque in quelle condizioni ci si aggrappava ad ogni speranza, ad ogni voce.

Girardi vide un mulo aggiogato ad un carretto. Era abbandonato. Prende l’animale per la cavezza e continua la marcia, sempre lentamente. Passando fra un gruppo di case, vede una buca per le lettere, nello zaino aveva una cartolina di quelle in uso fra i militari e così scrisse alla famiglia.

Poche parole per dire che stava bene e che non avrebbe potuto far avere notizie per molto tempo. La lettera arrivò a Trento, Girardi che abita a Povo la conservò come una reliquia. E ora è conservata dai suoi figli e nipoti. Ecco Vipiteno, ecco un soldato tedesco che a gesti dirotta Girardi, mulo e carretto in un luogo dove sono radunati altri conducenti con i relativi quadrupedi. Lì un altro tedesco indica di proseguire lungo la strada, sempre diritti, verso il passo del Brennero.

Uomini e muli si mettono in marcia, la strada è deserta. Ecco il passo del Brennero; il gruppo di Alpini si ferma in un prato. Gli “sconci”, così venivano chiamati nel rude gergo della naja i conducenti dei muli, dormono sull’erba, Girardi si sdraia sul carretto. La notte è tiepida, silenziosa. L’ultima notte di quiete.

Anche Mario Girardi viene trasferito dal campo di Innsbruck dove almeno c’era qualche cosa da mangiare anche se si deve stare in fila una notte per avere un mestolo di sboba. A fianco del campo si ferma un convoglio di carri bestiame: 80 uomini per ogni vagone. Gli uomini di truppa sono stati separati dagli ufficiali.

“Ci spingono dentro con i calci del fucili, non c’è posto per sdraiarsi, sedersi, accucciarci. Dobbiamo stare in piedi. In un angolo del vagone c’è un buco: è la latrina. Il treno si muove, 7 notti e 6 giorni di viaggio senza mangiare e senza bere. Una sola sosta per darci del caffè d’orzo. Un soldato ha la dissenteria, scende dal vagone, si scarica sulla massicciata e la sentinella tedesca gli fa pulire il pietrisco con le mani. Beviamo il caffè, muoviamo le gambe, le braccia. Il treno riparte, lentissimo come sempre. Guardando il sole ci si rende conto che si va verso est. Ecco l’arrivo a Proschen, (oggi Prostkj in alta Polonia, nda) quasi sul confine della Polonia. Baracche di legno fra l’erba alta; si capisce che non è utilizzato da tempo. Siamo stipati nelle baracche, si dorme per terra, non ci danno da mangiare. Facciamo bollire l’erba bruciando quella secca sotto le gavette e mangiamo una brodaglia di colore verde scuro. Abbiamo così fame che stiamo male solo a vedere un commilitone che inghiotte la saliva. Ogni venti persone ci danno una pagnotta. Una al giorno. Ci hanno interrogato, a ciascuno di noi hanno dato una targhetta di lamierino. Ecco la mia, c’è scritto Stalag I°B/PR 11304 e ci hanno chiesto che lavoro facevamo. Io ho detto che ero contadino”.

Era il tempo dello sterramento delle patate; contadini tedeschi venivano al campo, si facevano assegnare prigionieri per lavorare nei campi che riaccompagnavano alla sera. Ma loro, almeno, potevano mangiare patate bollite. Invece nel campo, vinto dalla fame, un soldato forse di Bergamo, era stato visto da una sentinella prendere da un carro tre patate e addentarne una. Siamo stati radunati tutti, lui è stato picchiato. Lo facevano sdraiare, rialzare, camminare e giù bastonate: morì nella notte. Ci tenevano in pugno con la fame e la paura. Per la fame non si riusciva a ragionare, parlare, capire. Ci avevano preso tutti i coltelli, restava il mio che era piccolissimo. Con quello si affettava la pagnotta e poiché le fette non potevano essere uguali, si tirava a sorte. Ho visto cedere un orologio Eberhard per qualche briciola di pane. Io speravo di venir chiamato a lavorare nei campi, a fare il contadino. Almeno avrei mangiato qualche cosa”. A Trento, Girardi originario di Piedicastello aveva cominciato a lavorare giovanissimo - dopo la guerra diventerà direttore tecnico delle Officine Lenzi di via Zara - imparando (lo ha raccontato al giornalista Lorenzo Basso de “l’Adige” nel Giorno della Memoria, nda) a tracciare planimetrie e rilievi geometrici e nell’Ufficio Tecnico Erariale di Trento aveva avuto un compito di prestigio: creare l’archivio di documenti di quello che sarà il primo catasto della città aggiornando le mappe dei quartieri storici con le innovazioni urbanistiche volute dal regime fascista. Aveva solo 20 anni nel settembre di quel 1943.

Quelli erano giorni duri per la libertà perché erano tempi tristi anche per le speranze e per i sogni. Nell’ Italia del nord le montagne cominciavano a nascondevano i sognatori, quegli uomini che non avevano voluto arrendersi continuando a cercare quella libertà da restituire al popolo, alla gente, a chi aveva vissuto senza i diritti civili, il buio di quella lunga notte chiama fascismo. Un’azione, una scelta poi chiamata Resistenza. Radici lontane e da noi, nel Trentino, un nome: Giannantonio Manci animatore, fin dal 1920 della sezione trentina del Partito Repubblicano Italiano subito schierato contro il fascismo visto come l’anti risorgimento e poi, 4 anni più tardi, a fianco di Rodolfo Pacciardi nel movimento dell’Italia Libera e nel 1929 in Giustizia e Libertà, dieci anni prima della congiura contro l’umanità firmata da Hitler e Mussolini.

Nell’autunno del 1943 eccolo alla guida del Comitato di Liberazione Nazionale clandestino del Trentino. Ci voleva del coraggio a mettere in piedi una simile organizzazione in una terra occupata dai tedeschi, aggregata al grande Reich e dove per il retaggio legato al novembre del 1918, il governo tedesco era, a volte, preferito a quello italiano. Ricostruendo gli avvenimenti dal 25 luglio all’8 settembre, Egidio Reale scriverà nel 1945 di essere restato in Svizzera dove s’era rifugiato “non perché alla frontiera di Chiasso la polizia italiana, solo di nome non più fascista, conservava, immutato, l’ordine del mio arresto, ma perché mi era stata affidata una delicata missione. Nelle prime ore del mattino del 10 settembre 1943 mi telefonava Gigino Battisti che aveva dovuto lasciare Trento con la madre, la moglie, i bambini e la sorella.

C’erano difficoltà per il passaggio della frontiera, non c’era tempo da perdere perché troppo grande sarebbe stata la preda per gli aguzzini in camicia bruna e camicia nera, se la famiglia di Cesare Battisti sarebbe caduta nelle loro mani. Due ore dopo Ernesta Bittanti e i suoi avevano varcato la frontiera di Chiasso.” In quelle ore tragiche e convulse, Giannantonio Manci aveva accompagnato a bordo di una Topolino quel gruppo di persone da Trento a Como e poi al confine di Chiasso, ma si era rifiutato di entrare in Svizzera. “Voleva restare in Patria dove c’era molto da fare ora che la resistenza dell’esercito era cessata e bisognava organizzarne un’altra, quella popolare, destinata a salvare il nome d’Italia dall’abominio e dal disprezzo”. Lui era il capo del Cln del Trentino, fu una delle anime della Resistenza, della lotta armata e piace ricordare cosa scrisse di lui Beppino Disertori nel luglio del 1944.

“Mesi fa percorremmo insieme il tragitto da Trento a Como. La nostra auto scivolava fra le colonne motorizzate degli invasori. Egli aveva voluto condurmi in salvo con mia moglie e i bambini fino alla frontiera svizzera. Nel viaggio, mi parlò a lungo, per l’ultima volta dell’avvenire d’Italia: la sua fede era serena, benché non si facesse illusioni sulle prove che restavano da sopportare”. Nella zona del lago di Como vicina al confine svizzero, Disertori cercò di convincerlo a varcare la frontiera. “Fu irriducibile, replicava che con tante montagne nel Trentino non c’era da temere; si sarebbe recato su quelle. La contrabbandiera, che doveva guidare al passaggio clandestino, sollecitava. Era tardi, il cammino lungo e bisognava evitare la ronda germanica. Egli ruppe l’indugio avviando il motore. Gli diedi un bacio attraverso lo sportello e stetti a guardare il fanalino rosso, che tremolava sempre più lontano, nella penombra, sulla strada per Trento”.

(8. continua)

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