Storia

La strage della Portela: quando su Trento si abbattè la guerra

di Luigi Sardi

Era quasi il mezzogiorno del 2 settembre del 1943, dunque 80 anni fa, quando sulla verticale di Trento comparvero 19 fortezze volanti americane decollate dalla Tunisia. Era suonata la sirena, ma nessuno ci aveva fatto caso: era suonata tante volte e non era successo niente. E poi non era necessario colpire Trento perché la guerra era lontano, giù in Sicilia e il fascismo, che aveva voluto la guerra a fianco della Germania e del Giappone, era caduto nel tripudio di un popolo che, in verità, aveva indossato festante la camicia nera e aveva adorato, Benito Mussolini, il Duce, almeno fino all’inizio delle guerra al seguito, non a fianco, dei tedeschi.

In piazza Santa Maria Maggiore, nell’edificio della cassa malati, gli ambulatori sono ancora aperti e pieni di gente; nella trattoria “alla Portéla” affacciata sulla piazzetta del rione, si comincia a servire il pranzo che è, dati i tempi, molto frugale. Ai tavoli, sotto la vigna ben curata, ci sono soldati in libera uscita, alcuni impiegati della Michelin e sul ponte San Lorenzo, quello tutto di ferro e con una sola arcata costruito dopo l’alluvione del settembre del 1882, passano i grandi carri che trasportano i sacchi con il materiale dell’Italcementi.

Ma ecco i bombardieri. Provengono da sud, volano fra la Vigolana e Mattarello, sono nitidissimi i dischi lucenti delle eliche e la grande stella a cinque punte, bianca sullo sfondo scuro delle carlinghe. Il rombo dei motori spinti al massimo è terrificante, l’aria trema, il sole sembra oscillare.

Dalla parte inferiore della fusoliera si vedono le bombe che precipitano in fila, luccicano per un istante e poi dal cuore della città, ecco quella nuvola diventare di colpo enorme e salire in alto, sempre più in alto, nera come il carbone, attraversata da bagliori rossi, lampi azzurri, gonfiori grigi e un vento caldo, sempre più forte piegare gli alberi, togliere il fiato, buttarti in terra mentre le orecchie ronzano e sembrano rompersi.

Fu davvero un attimo. Sulla città la guerra si era abbattuta all’improvviso, devastando il rione delle Portéla e ogni cosa attorno a Torre Vanga, facendo una strage nell’edificio della Cassa Malati che c’era a lato della chiesa di Santa Maria Maggiore e ancor oggi, nonostante gli anni trascorsi, si possono vedere i segni delle schegge che avevano fracassato la durissima pietra.

L’inferno si scatenò fra la chiesa e l’argine dell’Adige di fronte a Piedicastello. Il ponte di ferro, centrato in pieno, è crollato nel fiume, distrutte le case di via Prepositura e di via San Giovanni, l’edificio della Gil ( Gioventù italiana del Littorio ), sventrato come la basilica di San Lorenzo, centrata e semidistrutta la stazione ferroviaria.

Ci sono 198 morti: 103 donne quasi tutte uccise nelle cucine delle loro abitazioni, 75 uomini, 11 bambini, 1 neonata e 8 soldati del Regio Esercito. Proprio in quel giorno Giuseppe Castellano, all’epoca il più giovane generale italiano, era arrivato a Cassibile, presso Siracusa, per firmare nella grande tenda dello Stato Maggiore statunitense e di fronte al generale Eisenhower, la resa dell’Italia, senza pensare a cosa avrebbero fatto i tedeschi abbandonati dagli alleati italiani.

Per una tragica beffa Trento doveva subire il suo primo bombardamento mentre l’Italia, vinta e sfinita, si arrendeva agli angloamericani sbarcati in Sicilia. In quell’estate di 80 anni fa, a Trento si pensava alla pace. Quando la sera del 26 luglio l’annunciatore dell’Eiar, l’Ente italiano per le audizioni radiofoniche, annunciò che Mussolini, il Duce, aveva dato le dimissione e il Re le aveva accolte nominando Capo del Governo il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, a Trento come in ogni angolo d’Italia, si pensò che la guerra cominciata nel giugno del 1940, sarebbe finita dopo pochi giorni.

Alla Portéla, Massimo Faifer, il caustico interprete del quartiere, si era affacciato su un balcone di legno in via delle Orfane gridando “i ga licenzià quel mona del Duce” e il giorno dopo, Toni Maestri, il papà di Cesare, che diventerà il Ragno delle Dolomiti, cambierà i nomi di vie e piazze; la “Italo Balbo” diventerà “via don Minzoni”; l’attuale Piazza Cesare Battisti che il fascismo aveva battezzato Piazza Littorio, “Piazza Matteotti”. La decisione di cambiare i nomi, era stata presa dagli antifascisti, che, di colpo, uscivano dalla clandestinità durata vent’anni: Egidio Bacchi, il conte Giannantonio Manci, Gigino Battisti che dopo due anni di guerra sarà il primo sindaco di Trento, da sua madre Ernesta Bittanti, Guido Pincheri, il repubblicano Beppino Disertori il grande neurologo che studiò gli effetti della spagnola la terribile epidemia che dopo la Grande Guerra aveva decimato il mondo, l’ingegnere Guido de Unterrichter, i socialisti Emilio e Giovanni Parolari con Lodovico Andreatta proprietario di una fabbrica di biciclette. Con loro i comunisti Giuseppe Ottolini, il dottor Mario Pasi, Gino Lubich fratello di Silvia-Chiara la fondatrice del Movimento dei Focolari.

Certo, la guerra continuava, ma Pio XII, Papa Pacelli, parlando alla radio, aveva rivolto un appello al mondo in armi per far cessare l’orrore delle stragi che travolgevano l’Europa dagli Urali ai Pirenei e tutti avevano una segreta certezza: la voce del Pontefice verrà ascoltata e anche la Germania deporrà le armi. Dai microfoni dell’Eiar le canzoni di Miriam Ferretti e di Otello Boccalini aiutano a passare le giornate; quelli della censura, storditi dalle nuove disposizioni che avevano cancellato le veline del Minculpop, il Ministero della cultura popolare, scomparso con la caduta del fascismo, non si raccapezzano più. Era vietato trasmettere la saga di Giurabud, l’avamposto italiano in territorio egiziano dove l’ultimo questore fu Rossetti, che negli anni Sessanta fu questore in Trento, che con quel “colonnello non voglio il pane, voglio il fuoco del mio moschetto” mostrava l’Italia guerriera e fascista, ma si deve mandare in onda “Camerata Richiard” per compiacere ai tedeschi che sono ancora gli alleati. Però è vietatissima “Signora illusione” perché la strofa “dolce chimera sei tu”, appare disfattista, mentre la guerra doveva continuare.

Lo aveva ordinato il generale Pietro Badoglio, Maresciallo d’Italia, Marchese del Sabotino, Duca di Addis Abeba, senatore del Regno e Capo del Governo nominato dal Re Vittorio Emanuele III al posto di Mussolini il 25 luglio del 1943 e rimasto in carica fino all’8 giugno dell’anno successivo, ma anche criminale di guerra per avere impiegato in Abissina i gas asfissianti scaricati sulla popolazione civile. Da ricordare che per oltre 70 anni si era ricordato, detto e scritto che a bombardare Trento in quel tragico giorno, fossero statati 91 aerei perché cosi aveva scritto il giornale “Il Brennero” in un brevissimo trafiletto e perché quel “91” è anche in uno stringato documento dattiloscritto, mi pare una sola riga, conservato negli archivi di Palazzo Thun. Solo il 21 febbraio del 2014, Michele Ianes, un appassionato quanto intelligente ricercatore, scoprì negli archivi di Washington D.C. l’ordine operativo del Secondo Gruppo di B.17 di stanza in Tunisia. Decollarono 20 aerei di cui uno rientrò quasi subito per problemi ai motori.

Così sulla verticale della nostra città arrivarono 19 quadrimotori che sganciarono 152 bombe - 8 per aereo - ciascuna da 500 libre ( una libra, mezzo chilo ). Dello stesso gruppo facevano parte anche 30 aerei - quelli che si videro volare più in alto - che bombardarono il ponte dei Vodi a Lavis, alla confluenza dell’Avisio con l’Adige, usando 6 ordigni da mille libre per ogni velivolo. Dunque sulla città volarono 69 aerei decollati per ordine del colonnello Henry Stephen dell’Air Corps. L’obiettivo non erano le case della città, ma la linea ferroviaria del Brennero. I puntatori la sbagliarono il bersaglio di poche centinaia di metri.

(1. continua)

comments powered by Disqus