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Accampati tra i rifiuti

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Se una casa non la si trova, bisogna farsi andar bene anche dei ruderi. Se i ruderi vengono abbattuti, se ne cercano altri. Finché non li sprangano, sgombrano, buttano giù, poi la ricerca ricomincia. E se non se ne trovano altri, va bene anche un anfratto.
Ben nascosto, per poter stare tranqulli, o forse anche solo per tutelare quel minimo di dignità che resta. Ben nascosto, come il passaggio tra il muro esterno della caserma Damiano Chiesa e via Jedin, all'incrocio con via al Desert dove comincia via Degasperi, a fianco della massicciata che sostiene i binari della ferrovia del Brennero.
Lì, tra la caserma e il terrapieno, dove in pochi vivrebbero, ci vive chi non ha molta scelta, se non quella di tirare avanti in qualche modo. Non il migliore possibile, anzi. Pazienza se è ai limiti dell'accettabile: se è possibile, tanto basta.
Un accampamento che difficilmente si scorge con gli occhi, ma con gli altri sensi sì. Soprattutto l'udito e l'olfatto, rumori e odori di miseria che - più dell'andirivieni, che può passare inosservato dato che ad assistervi sono spesso soltanto automobilisti, concentrati sulla strada, più che sui marciapiedi - hanno incuriosito, insospettito alcuni residenti.

Rumori e odori, quelli del crepitio e del fumo dei rifiuti bruciati nei barili di lamiera trasformati in rudimentali stufe, per riscaldarsi durante la notte e cercare di garantirsi qualcosa di commestibile che sia almeno tiepido. Nei giorni scorsi, il consigliere comunale della Civica, Claudio Cia, ha voluto andare a verificare con mano questa situazione, che ha documentato con un  filmato. Ciò che comunemente, alla vista, potrebbe apparire una discarica, è una serie di giacigli. Che per qualcuno sono diventati necessariamente una casa.
Al momento, stando a quanto hanno raccontato a Cia due degli occupanti quell'angolo di città, nell'accampamento vivrebbero in cinque, da un paio di settimane. Ma la catasta di rifiuti, oggetti e materassi accumulata tra il terrapieno e la caserma, parla di presenze probabilmente risalenti nel tempo.
Non è difficile immaginare che tanti senza casa, un gruppo dopo l'altro, abbia iniziato a stabilirsi lì da quando le caserme, Chiesa a parte, sono state abbattute. Spostandosi da una zona all'altra della città: qualche notte quaggiù, altre su all'ex Carbochimica (dove mesi fa si era sviluppato un incendio, seguito dallo sgombero. Seguito dal nuovo insediarsi di disperati per i quali le sterpaglie e gli alberi lungo tra la ferrovia e l'ex Sloi, con qualche idrante e cavo elettrico cui attaccarsi, restano una delle aree più confortevoli della città), altre ancora in altri posti. Perché piuttosto di una strada, va bene tutto.
Una situazione, che però a Cia non va giù. «E, non vorrei essere frainteso, non certo per ragioni di razzismo», spiega. «Voglio solo mettere l'amministrazione comunale di fronte alle proprie responsabilità. Viviamo in una città i cui amministratori si vantano dell'ospitalità e dell'accoglienza che la contraddistingue, ma ogni volta che a questi stessi amministratori viene sottoposto il problema, il dramma dei senza casa, questo problema viene regolarmente minimizzato se non addirittura negato. E ciò che, da persona aperta e accogliente quale mi reputo, vorrei evitare, è che in nome dell'accoglienza non si giustifichi un annullamento della dignità delle persone, che queste condizioni portano con sé. Se davvero si vuole fare dell'accoglienza un vanto, che si sappia accogliere. Ma questa non è capacità di accogliere».
Sul punto, Cia presenterà un'interrogazione in Consiglio comunale e promette «battaglia: sarò durissimo sulla questione».
Ma quella che pone Cia, al di là della dialettica politica, è un'eterna domanda senza ancora una risposta: si è realmente più solidali accogliendo o respingendo, sapendo di non aver nulla da dare? Si può convincere chi cercava una vita migliore, che è meglio la povertà dignitosa alle spalle della povertà senza dignità che hanno di fronte? Interrogativi per cui non basterà un'interrogazione.

 

 

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