Economia / La crisi

Chiude il ristorante San Colombano di Rovereto, con la famiglia Venco finisce un'epoca

Un esercizio veramente «familiare», con due fratelli e le mogli sempre al lavoro, ma ora si godranno la meritata pensione. Ed ora? «Vedremo, qualche interesse c’è»

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di Giancarlo Rudari

ROVERETO. L'avventura finisce... «E che avventura. Mamma mia quanti ricordi, quanti aneddoti, quanto lavoro e quante persone abbiamo conosciuto... Davvero tutto fantastico anche se dal punto di vista lavorativo l'impegno iniziava a diventare un po' gravoso visto che anche per noi i vent'anni sono passati. Ma come per tutte le cose belle è arrivato il momento di dire stop. E lo diciamo anche noi: a fine gennaio chiude il ristorante San Colombano».

Una scelta, come dice Giorgio Venco, maturata in famiglia partendo da una considerazione: che tutti e tre i titolari, vale a dire Giorgio con la cognata Renata (moglie dell'indimenticabile Maurizio detto Freccia scomparso nell'aprile del 2015) e la moglie Daniela sono già in pensione.

«Di giovani della famiglia - aggiunge con un sorriso - resta mio nipote Enrico ma per gestire una struttura come la nostra, lo sostengo da sempre, ci vuole una famiglia di almeno tre o quattro componenti che si dedichino anima e cuore a questo lavoro che sarà bello fin che vuoi ma è anche duro... E la dimostrazione è che ormai gli italiani non vogliono rinunciare al sabato e alla domenica liberi...». Altri tempi, altre modalità di concepire il proprio tempo dividendolo tra lavoro e interessi personali, altri interessi ed altre ambizioni difficilmente paragonabili al passato…

«Certo, tutto il mondo è cambiato. È cambiato profondamente da quando con Maurizio abbiamo lasciato il Flora compiere il grande passo ed acquistare nel 1991 quello che era il "Gatto selvatico" diventato poi l'attuale San Colombano. E devo dire che se siamo arrivati a questi livelli lo dobbiamo grazie al fatto di avere grandi mogli: ecco l'importanza della famiglia nella gestione di un ristorante» sottolinea Giorgio Venco.

«Eravamo quattro giovani e forti - ribadisce senza pensarci un attimo - e davvero ci siamo fatti un mazzo tanto sia come ristorante che come società di catering (la seconda in città) per organizzare matrimoni (anche due al giorno) nelle ville e nelle location più belle di Rovereto e dintorni. Avanti e indietro senza mai fermarsi... Che avventure e che tempra, vien da dire...»

Al ristorante dei Venco, sulla strada per la Vallarsa, sono passate generazioni di roveretani, gente di ogni età e di ogni estrazione sociale: dall'operaio («che ovviamente poteva permettersi il ristorante una volta all'anno») all'industriale cliente fisso. Professionisti e imprenditori roveretani in primo luogo ma anche tanti dirigenti di aziende nei tempi d'oro dell'industria roveretana. «Le racconto un aneddoto: il direttore generale della Sony voleva una sedia rivolta al sole. E appena arrivato al ristorante, anche se era in compagnia di ospiti, entrava in cucina per salutarci tutti con un inchino e solo dopo si sedeva a tavola: anche questa fa parte delle piccole gratificazioni della nostra attività. Ma da noi venivano intere famiglie quando c'era da festeggiare un compleanno, una comunione o una cresima.

Anche gente "normale" che però per le occasioni importanti voleva venire al San Colombano. Tanto - conclude con una risata Giorgio Venco - c'era sempre la nonna o la vecchia zia che pagava il conto...».

Ma dove sta il segreto del successo di una ristorante? «Qualità, servizio e cortesia. Non siamo mai scesi a compromessi e abbiamo trattato bene allo stesso modo tutti i clienti, che fossero più o meno facoltosi non importava nulla. Volevamo e dovevano farli sentire bene in un ambiente familiare come il nostro: credo che a livello di ristorante puro eravamo rimasti l'ultimo ristorante a conduzione familiare».

E ora che ne sarà del San Colombano? «Siamo aperti fino a fine mese. Noi come Venco salutiamo e ringraziamo tutti i clienti, poi vediamo se qualcuno lo rileverà. Ci sono trattative in corso, ma ancora niente di nero su bianco. Intanto vediamo di goderci la pensione...» conclude con un sorriso Giorgio Venco.

 

 

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