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Il sequestro Moro/8

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È il 29 di marzo di 42 anni fa, tredici giorni dopo la strage di via Fani quando arrivò, dal “carcere del popolo” la prima lettera autografo di Aldo Moro.

Fu una sciabolata nella storia della Repubblica perché dopo l’orrore del delitto compiuto nel cuore della Capitale, si scopriva che un gruppo di criminali poteva tenere prigioniero uno degli uomini politici più importanti dell’epoca, quel Moro di Maglie in Puglia, professore universitario, già primo ministro, ministro di grazia e giustizia, ministro degli esteri ora presidente del più importante e votato partito dell’Italia nata dalla Resistenza. Certo alle prigioni del popolo quasi quasi ci si era abituati. Il 18 aprile del 1974 le Br avevano rapito Mario Sossi, giudice genovese prelevato mentre tornava a casa. E prima di Sossi c’erano stati altri sequestri, tutti incruenti e di beve durata. Ma Moro era un’ altra cosa: per la spietatezza e violenza dell’attacco sterminatore e perché quel rapimento faceva intuire che ci sarebbe stato, come davvero lo fu, una proposta di trattativa perché il presidente vivo sarebbe servito a condizionare lo Stato. E da morto, non sarebbe servito alle strategie brigatiste.

Oggi sappiamo che quando i rapitori deposero nell’appartamento covo e rifugio dei brigatisti quella cesta nella quale era stato ficcato l’ostaggio, dopo aver calzato il passamontagna sollevarono il coperchio, lo aiutarono ad uscire e con cortesia gli chiesero: “Presidente, sa chi siamo?” per sentirsi rispondere “Si, so chi siete”. Subito Moro chiese un bicchiere d’acqua, carta per scrivere, giornali e la Bibbia. Ma non accennò agli uomini della scorta che erano stati uccisi sotto i suoi occhi o, anche questa è un’ipotesi, non si era reso conto nella violenza e rapidità e frastuono di spari dell’azione, cosa era accaduto attorno a lui. In un’ altra lettera scriverà: “Intuisco che altri siano nel dolore. Intuisco ma non voglio spingermi oltre sulla via della disperazione”.

Vuol dire, forse, che non è stato messo al corrente dell’uccisione degli uomini che erano attorno a lui e che si trattiene dal parlarne, dal chiedere, dal pensare per non essere travolto dalla disperazione e anche quando si rivolgerà a Papa Paolo VI non farà cenno agli uomini della scorta.
Ma ecco la lettera o meglio le tre lettere scritte da Moro, datate 26 marzo, una indirizzata al Ministro dell’Interno Francesco Cossiga, l’altra alla moglie e la terza alla segreteria del partito. Moro si definisce “prigioniero politico” e chiede l’avvio di una trattativa cioè un abboccamento fra lo Stato e la banda criminale che da quell’atto sarebbe stata legittimata. Quando i familiari di Moro ebbero in mano la lettera, compresero che era vivo. Sicuramente hanno “letto” la calligrafia con un crescente sollievo. Moro era in buona salute; nello scritto non c’erano segno di una sofferenza perché la grafia era regolare.

C’era un imperioso suggerimento che accompagnerà i 55 giorni di detenzione: appunto quella richiesta di trattativa che lacererà l’Italia ma che era già stata accantonata il 16 marzo, il giorno della strage e del dibattito, a Montecitorio, sulla fiducia al Governo Andreotti. Scrissero i cronisti parlamenti che “l’aula sembrava un bunker di superstiti”. Prima lo sgomento, la sorpresa, la rabbia , l’impotenza. Poi “man mano che parlavano i leader a sottolineare la necessità di una risposta politica alla gravissima provocazione terroristica, si era recuperata una insolita freddezza”. Quando alle 12,40 venne sancita la decisione di “portare avanti l’attività di governo”, Giulio Andreotti – il presidente designato – disse: “Dobbiamo far tacere i nostri sentimenti offesi e la nostra accorata preoccupazione per Aldo Moro”. In quel momento nasceva il “partito della fermezza” che condannerà Moro. Con Andreotti erano d’accordo Enrico Berlinguer del Pci e Bettino Craxi del Psi mentre dalla “prigione del popolo” il presidente cominciava a chiedere alla Dc di assumersi le proprie responsabilità, di non farsi condizionare dagli altri partiti, a cominciare dal Pci. “L’unica soluzione positiva possibile è la liberazione di prigionieri da ambo le parti”, scelta probabilmente dettata dai brigatisti e destinata a lacerare gli italiani.

Per rapire Moro erano stati assassinati 5 uomini dello Stato. Quei morti erano un macigno e nelle caserme nessuno avrebbe accettato passivamente il citato scambio di prigionieri anche se appariva orrendamente inutile sacrificare un’altra vita per un principio politico. A Torino nell’aula dove fra un nugolo di Carabinieri si processava un gruppo di brigatisti, c’era stato uno scontro verbale fra il pubblico ministero Luigi Moschella e Renato Curcio. Il magistrato aveva gridato “Siete una banda di…” e Curcio gli aveva risposto: “Sì, una banda che ha in mano Moro  e che farà il processo alla Democrazia Cristiana”. Ecco, lo spettro del “processo popolare” al “prigioniero del popolo” rinchiuso in una “prigione del popolo”- e queste cose accadevano nell’ Italia di una manciata di anni fa – irrompe nell’aula ricavata nella caserma Lamormora, con Curcio, quello studente silenzioso nella sede di sociologia in via Verdi, che a Povo dove abitava, si appartava per giorni e giorni a leggere Marx, a scandire: “Il processo si farà e da ben altra parte e sarà molto serio… Moro è nelle mani del proletariato e con lui [sarà] processato tutto lo Stato. Noi siamo militanti politici, le Brigate Rosse esistono, sono in questa gabbia, sono fuori. Noi rappresentiamo un’ organizzazione, un partito combattente”.

Subito era arrivata una risposta dai vertici del Msi, il Movimento sociale italiano, quello di Giorgio Almirante che ogni estate soggiornava a Levico e aveva nel pluriassassino Aldo Garollo, quello della strage di Vetriolo, un impeccabile maggiordomo. “Per rendere efficace la fermezza bisognava avvertire i brigatisti: o restituite Moro entro 24 ore o i terroristi tutti, a cominciare da Curcio e compagni che vantano di averlo preso, saranno applicate le leggi penali militari di guerra” che, all’epoca, prevedevano dalle pagine del codice militare, la fucilazione. E molti italiani erano perfettamente d’accordo su quella scelta estrema, pur non votando Fiamma Tricolore.

Marzo sta per finire. C’ è un violento scontro tra i familiari di Moro e Zaccagnini, pediatra, partigiano, segretario della Dc: i parenti del prigioniero chiedono che la Dc accetti lo scambio.  Durante il rapimento, Zaccagnini sostenne e difese la linea della fermezza, cioè il rifiuto di trattare coi terroristi per non arrivare ad un riconoscimento politico. La tragica morte dell’amico e capocorrente lo debilitò umanamente e politicamente, anche a causa di alcuni passaggi delle lettere di Moro dalla prigionia in cui viene pesantemente criticato e definito “il più fragile segretario che la Dc abbia mai avuto”. Quattro anni dopo venne sostituito nella carica di segretario nazionale da Flaminio Piccoli che era stato direttore de L’Adige. Da quel momento non accettò più incarichi istituzionali.

Le lettere di Moro finirono nelle mani di un gruppo di esperti nominati per gestire la crisi e ne vennero fuori delle belle. Un neurologo garantì che la grafia era tipica di chi è costretto ad ingerire psicofarmaci e indicò nell’Aloperiodo, una medicina insapore, inodore che rende la persona facilmente dominabile modificando la scrittura rendendola incerta, il medicinale fatto ingerire al presidente. Quell’ epoca di mostri generò gli opinionisti. Qualche tempo dopo cominciarono ad affollare i salotti televisivi. Fu un proliferare dii “esperti” il più delle volte urlanti, capaci di disquisire dal calcio e nell’ epoca attuale, del morbo che ci attanaglia. Con loro, la schiera dei politici con Francesco Cossiga all’epoca Ministro degli Interni, a dire che “la missiva è stata completamente estorta”. Poi parlò Virginio Rognoni a dire “Moro è ormai uno strumento delle Brigate Rosse. E’ terribile”.

Oggi si sa che proprio al Ministro degli Interni si era rivolta Eleonora Moro chiedendo di verificare l’esistenza di una via Gradoli a Roma, aveva risposto che nella Capitale non c’è nessuna via Gradoli. Eppure sarebbe bastato consultare le Pagine Gialle. Quando diede le dimissioni, decisione presa poche ore dopo  l’assassinio di Moro, Rognoni andò al Viminale restando in carica dal  1978 al 1983 per affrontare i difficilissimi anni della lotta armata e della violenza terrorista, i famosi, tragici “anni di piombo”. Nel tempo del suo dicastero si contarono più di 200 organizzazioni terroristiche attive in Italia e nel 1979 si registrò la cifra record di 659 attentati. Nel 1979 le Brigate Rosse assassinarono l’operaio Guido Rossa; nel 1980 morirono 125 persone in seguito ad azioni terroristiche alcune delle quali furono, secondo più scuole di pensiero, orchestrate o favorite da sezioni “deviate” dei servizi segreti nazionali. Come era già avvenuto nel Sudtirolo nell’epoca successiva alla “notte dei fuochi” del giugno 1961. E un altro Ministro, Colombo, disse: “Non c’è niente del pensiero di Aldo”.

Adriano Sofri è stato molto duro con gli “esperti” poi proliferati a dismisura negli anni successivi. Nessuno poi ammise di aver sbagliato e quella di un Moro drogato dai suoi carcerieri fu una bufala fatta ingoiare per anni agli italiani chiamati, periodicamente, ad affrontare difficoltà enormi. Certo, furono giorni davvero convulsi; è facile credere che gli uomini politici dell’ epoca fossero così frastornati da non sapere cosa proporre, dire, fare, progettare. Qualcuno pensò che i brigatisti si potevano incontrare nella totale confusione della Stazione Termini dove c’erano decine di telefoni a gettone, fotocopiatrici e una tal massa di popolo da trasformare, in certe ore del giorno, l’atrio in un vespaio. Così vennero mobilitati Bersaglieri allenati al tiro. Così si videro pattuglie di soldati percorrere a passo molo veloce il grande atrio ora fermando persone che potevano apparire sospette, ora circondando armi alla mano, una cabina telefonica. Quella fu un’epoca di confusione totale.

(8. Continua)

 

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