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Il sequestro Moro/4

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Ecco la prima pagina dell’Alto Adige di venerdì 17 marzo. Ricordo benissimo decine di persone ferme, in silenzio, stupefatte, davanti alle edicole a leggere e rileggere quel “Caccia ai brigatisti assassini – che hanno rapito Alto Moro”. Ecco la fotografia della Fiat 132 con i corpi di Domenico Ricci e Oreste Leonardi; per terra il cadavere di Jozzino, l’unico uomo della scorta che uscito dall’Alfetta destinata a “coprire” l’auto di Moro, aveva sparato tre colpi sugli assalitori prima di venire crivellato e sull’ asfalto, un berretto da pilota dell’aviazione civile. Perché gli assalitori avevano indossato abiti del personale di volo, forse con i fregi dell’Alitalia.
L’articolo di fondo del direttore Gianni Faustini comincia affermando: “Le parole sono vane ma il più grave episodio di guerra civile dalla Liberazione ad oggi richiede che sentimenti e ragionamenti si affidino pur sempre alla parola, alla possibilità di dialogo”. Mentre molto direttori di giornali invocavano la mobilitazione dell’Esercito e sull’onda delle dichiarazioni del senatore Mario Tedeschi dell’Msi il ripristino della pena di morte appellandosi al codice militare perché per i civili quella condanna suprema era stata mandata in soffitta dalla Repubblica il 1 gennaio del 1948. Faustini, che lavora in un giornale che copriva un territorio di confine in quell’epoca molto inquieto e costellato di attentati compiuti in parte dai separatisti tirolesi, in parte da persone collegate ai servizi segreti, consegnava ai lettori concetti di ragionevolezza, mai di cieca violenza. “Per colpire il cuore dello Stato nel tentativo di provocare una reazione, di esasperare fino alla rottura, una minoranza delirante fin che si vuole, ma organizzata, non esita ad uccidere. Sale il numero delle vittime innocenti, umili lavoratori al servizio della collettività civile… Pur di lanciare una sfida alla Repubblica, per queste bande armate gli uomini diventano numeri da cancellare a colpi di mitra; non c’è nemmeno una parvenza di sogno di liberazione, di utopia: siamo alla barbarie. Di moderno ci sono la tecnica, la preparazione, la strategia, i finanziamenti”.
Anche Faustini guarda ad uno scenario internazionale, ipotizza un collegamento con la Raf, la Rote Armee Fraktion, la spietata organizzazione terroristica del dopoguerra nata in Germania. Spiega Faustini che è stato scelto Moro “perché è l’uomo che per la statura intellettuale e politica è oggi alla guida dell’Italia, nel bene e nel male, mentre a Roma, in Parlamento, si sta varando il nuovo governo”, che dopo il 1948, sarà il primo governo democratico sorretto anche dai voti comunisti, del quale l’onorevole Moro è stato accorto e paziente artefice. Indubbiamente una novità per il Paese e per l’Europa. Aggiungeva Faustini che tutto questo accadeva mentre a Torino si celebra il processo alle Brigate Rosse, sottolineando “la perfetta, purtroppo, organizzazione che induce ad ipotizzare collegamenti internazionali oggi non smascherabili dai servizi segreti italiani in fase di ristrutturazione” dopo le lunghe polemiche nate da scenari confusi e poco edificanti.
E’ Gustavo Selva ad esprimere il primo commento politico trasmesso dalla Rai: il giornalista invoca misure speciali, lo stato di guerra e definisce l’assalto compiuto in via Fani come “l’attacco al cuore dello Stato”, espressione largamente usata nei messaggi delle Br. Si è appena spenta la voce di Selva che la redazione di Milano dell’agenzia Ansa trasmette un nuovo messaggio brigatista dettato da un anonimo telefonista e registrato da un redattore: “Qui le Brigate Rosse. Questa mattina una nostra organizzazione ha portato l’attacco al cuore dello Stato. Ci rifaremo sentire al più presto. L’onorevole Moro è solo l’inizio”. Qualche minuto dopo anche la redazione torinese dell’Ansa riceve un identico messaggio. Adesso si sa che sono state le Brigate Rosse a rapire “il servo dello Stato Aldo Moro”. I due foglietti che trascrivono i messaggi brigatisti, subito rilanciati dalle telescriventi, sono nelle mani di deputati e senatori riuniti a Palazzo Chigi.

Era accaduto un altro fatto. Gli italiani avevano capito il pericolo eversivo e destabilizzante dell’attacco brigatista e mentre nell’ appartamento-prigione di via Montalcini i brigatisti facevano uscire Moro dalla cassa di legno dove era stato rinchiuso per trasferirlo nell’abitazione affittata dalla brigatista Anna Laura Brighetti dove era stata allestita l’orrenda, tragica “prigione del popolo”, le Br subivano la prima, vera sconfitta: la rivolta del mondo del lavoro all’azione delinquenziale. In quasi tutte le città la gente scende in piazza. Gruppi di lavoratori, di studenti, di casalinghe, di pensionati vanno a presidiare le sedi dei partiti. Per difenderle, per sentirsi uniti. Prima a Perugia, poi a Napoli, Genova, Bologna ci si raggruppa per manifestare contro il terrore. Sono duecentomila a San Giovanni in Laterano a Roma, sessantamila a Bologna in Piazza Maggiore, ci sono cortei a Firenze, Milano, Brescia e Trento. Quel giorno, in 15 milioni scenderanno nelle strade d’Italia ma alla massa della gente che dice no al terrorismo, si contrappone un fortissimo nucleo di spalleggiatori, fra i quali molti intellettuali, o presunti tali. “Il terrorismo è meno isolato di quanto si voglia credere” ha scritto il comunista Ugo Pecchioli, senatore, già partigiano in Val di Cogne. “C’è una solidarietà strisciante, una tendenza a giustificare il comportamento dei terroristi, a presentarli come vittime della società, come difensori del sottoproletariato. E così bisogna assistere impotenti a episodi di vera barbarie come il caso di alunni di una scuola romana che applaudirono alla notizia del ferimento del democristiano Publio Fiori (colpito il 2 novembre del 1977 dai brigatisti Bruno Seghetti, Prospero Gallinari e Barbara Balzerani. Come sottosegretario aveva preso il posto del giornalista Luciano Azzolini di Ala, nda). Tanta devastazione morale sgomenta”.
Da Firenze arriva la notizia che la corte d’assise ha condannato all’ergastolo Pierluigi Concutelli, il militante di Ordine Nuovo che a Roma il 10 luglio del 1976 aveva ucciso con una raffica di mitra il sostituto procuratore Vittorio Occorsio. Certo, nella storia d’Italia c’era già stata Piazza Fontana, la strage di Piazza della Loggia a Brescia, l’attentato al treno Italicus, quello all’Alpen Express che alla stazione di Trento il 30 settembre del 1967 aveva dilaniato gli agenti della Polfer Edoardo Martini e Filippo Foti e poi il 30 luglio del 1970 alla Ignis di Spini di Gardolo con l’incredibile sequestro dell’avvocato Andrea Mitolo massimo esponente a Bolzano del Movimento Sociale Italiano e di Gastone Del Piccolo, sociologo, segretario a Trento della Cisnal, il sindacato vicino al Msi.

Quella era l’epoca che vedeva la Nazione sempre più impotente di fronte alle manifestazioni oceaniche e di crescente violenza dei raggruppamenti detti extraparlamentari. Si temeva che la democrazia potesse venire sopraffatta da una forza estrema, feroce e sfuggente, sanguinaria e furente, che uccideva e spariva per riaffiorare con quei “comunicati” zeppi di tronfio politichese, di minacce, di sequestri di persone rinchiuse nelle “prigioni del popolo”, di uomini della politica, del giornalismo, dell’industria “gambizzati”, cioè fucilati alle gambe. Come punizione, come avvertimento, con lo slogan “colpirne uno per educarne cento”. Era il periodo degli “opposti estremismi”, l’epoca degli “anni di piombo”, della “P.38” la rivoltella ficcata nelle fondine dei soldati della Wehrmacht, della “strategia della tensione” tenuta a battesimo negli anni Sessanta, nel Sudtirolo.
Ma è la data del 12 dicembre del 1969, il giorno della strage nella Banca dell’Agricoltura di Milano,a segnare uno spartiacque nella vita della Nazione.I giorni di Piazza Fontana in Milano – ci avviciniamo al mezzo secolo – fecero nascere la mala pianta del terrorismo, culminata 9 anni dopo in via Fani.

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(4. continua)

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