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Il sequestro Moro/5

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Il titolo di prima pagina dell’Alto Adige di domenica 19 marzo è un drammatico, atteso e temuto annuncio: “Moro in una prigione del popolo”. Un brigatista aveva telefonato al Messaggero avvertendo il giornalista Ezio Pasero che nel sottopassaggio di piazza Argentina, sul tetto della cabina dove era collocata una fotocopiatrice – quarantadue anni fa oltre alle cabine telefoniche c’erano istallate monumentali fotocopiatrici – si trovava un messaggio. Il giornalista Maurizio Salticchioli si precipita al sottopassaggio senza avvertire la polizia e trova una busta di tipo commerciale, di colore rosso: contiene una fotografia scattata con una Polaroid. E’ la fotografia di Moro, ritratto in maniche di camicia, senza cravatta, il volto triste, spento, gli occhi fissati nell’obbiettivo e in mano una copia del quotidiano La Repubblica con il titolo “Moro assassinato?” Dietro di lui un drappo con la scritta Brigate Rosse e la stella a cinque punte. Sarà la foto-simbolo del rapimento e la prova che l’ostaggio è vivo e incolume.

Quell’ immagine era stata una mazzata. Da tempo, il Paese aveva capito, da molti segni, che i terroristi stavano alzando la mira, ma nessuno avrebbe mai supposto che il bersaglio sarebbe stato il capo della Democrazia Cristiana, comunque uno degli uomini politici più importanti d’Italia, rapito dopo il massacro della sua scorta mentre andava a Montecitorio per far votare la fiducia ad un Governo sostenuto anche – ed era la prima volta dopo i tempi di Palmiro Togliatti – dal Partito comunista. Scrisse Eugenio Scalfari un personaggio che con Indro Montanelli ha segnato la storia del giornalismo italiano, che Moro “rappresenta da vent’ anni la continuità democratica della Dc. Con tutte le sue lentezze, i suoi ritardi, i suoi errori ha trasferito il partito dal centrismo all’alleanza con i socialisti per arrivare alla maggioranza con il Pci”, insomma i comunisti, il partito legato all’Unione Sovietica nell’epoca sempre acuta della “guerra fredda”. Moro come il leader che ha incarnato concretamente la definizione che Degasperi, lo statista del Tesino, dette della Democrazia cristiana: il partito di centro che guarda verso sinistra.

Quanti nel Trentino avevano incontrato Aldo Moro, nei giorni dell’alluvione, ogni anno in agosto nella chiesa di San Lorenzo dove si ricordava Degasperi, a Predazzo dove di tanto in tanto si rifugiava in cerca di quiete ma anche, era l’epoca della Guerra dei Tralicci, per incontrare in segreto Silvius Magnago, rimasero esterrefatti vedendo in quella fotografia come i briganti lo avevano, anche esteticamente, umiliato. Moro aveva una mania: gli abiti di stile inglese, soprattutto le cravatte, anzi i nodi che faceva con una cura identica a quella che lo vedeva impegnato a sciogliere i molti garbugli della politica nazionale.

Con la fotografia la rivendicazione a rompere l’angoscia del silenzio. “Venerdì 16 marzo un nucleo armato delle Brigate Rosse ha catturato e richiuso in un carcere del popolo Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati Corpi Speciali, è stata completamente annientata. Chi è Aldo Moro è presto detto. Dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il teorico e lo stratega indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano” dimenticando che tutti i democristiani venivano liberamente eletti dal popolo. Quel foglio di carta dattiloscritto verrà analizzato parola per parola, ma sarà l’ istantanea, la penultima immagine di Moro vivo, a sconvolgere l’opinione pubblica. Certo, tutti sono sicuri che le forze dello Stato piomberanno nel “covo” delle Br, strapperanno il presidente dalla prigione, arresteranno gli assassini ma intanto si capisce che nell’ Italia nata dalla Resistenza, c’ è una prigione del popolo, un carcere privato dove un branco di assassini si accinge a processare l’uomo simbolo della politica nazionale.

Intanto Enrico Berlinguer, il politico che piaceva anche agli anticomunisti moderati, scriveva sull’Unità che “è necessario fare terra bruciata attorno agli eversori” mentre il senatore Ugo Pecchioli, anche lui del Pci, dichiarava al Corriere della Sera:“Alla Sip, all’Enel, nelle università, ci sono autonomi complici delle Brigate Rosse. Bisogna cacciare via questi nuclei, rompere la catena di solidarietà” auspicando un coordinamento fra le forze dell’ordine che, in Italia, è raramente riuscito. Analizzando il testo si capisce che è stato scritto diversi giorni prima dell’attacco in via Fani. Infatti si accenna all’accordo a sei perché la maggioranza che s’andava formando doveva includere anche i liberali, ma il segretario del Pli Valerio Zanone si era dissociato per passare all’opposizione nei primi giorni di marzo. O sei oppure cinque, non importa. Pochi se ne accorgono perché l’attenzione è puntata su un annuncio: Moro verrà processato da un tribunale del popolo, tutto “sarà trattato pubblicamente” e i comunicati “verranno tutti battuti con la stessa macchina” da scrivere.

Ricorda Giorgio Postal: "Il 19 marzo, finalmente, il silenzio venne rotto. Arrivò un comunicato delle Br, il numero 1, dove si annunciava l’inizio del processo a Moro davanti al tribunale del popolo accompagnato da quella foto che sarebbe diventata l’icona degli anni di piombo. Volevo leggerlo in anteprima e con altri due amici parlamentari ci precipitammo al Viminale, alla segreteria dell’onorevole Nicola Lettieri, il collega sottosegretario all’ Interno. Ecco le prime righe del documento brigatista: “Intendiamo mobilitare la più vasta e unitaria iniziativa armata per l’ulteriore crescita della guerra di classe per il comunismo” un testo che nella percezione di quel momento ci appariva pieno di farneticazioni, sul Sim cioè lo Stato imperialista delle multinazionali – l’ossessione delle Br – e sulla Democrazia Cristiana, considerata la forza centrale e strategica della gestione imperialista dello Stato.
Ma i brigatisti non chiedevano ricatti, né ponevano condizioni. “Moro”, continua Postal, “era descritto come il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialistiche” e il custode di chissà quali segreti, mentre la Nato si affrettava a smentire che Moro fosse in possesso di piani particolari – la conferma verrà ripetuta negli anni successivi – e il ministro Francesco Cossiga informava che erano stati recuperati otto esemplari autentici del volantino delle Br esternando la convinzione che il contenuto del messaggio “mirava ad instaurare un processo parallelo a quello di Torino” dove si processavano i brigatisti catturati. Nel documento, che fa parte della storia nazionale, la Democrazia Cristiana veniva rappresentata come “il nemico più feroce del proletariato, la congrega più bieca di ogni manovra reazionaria” con la frase: “Bisogna stanare dai covi democristiani gli agenti controrivoluzionari, fulcro del Sim e braccarli ovunque”.

Moro segregato in un carcere, anzi in una prigione privata, più truce di quelle dello Stato dove il detenuto viene visitato dall’avvocato difensore, dai familiari, incontra altri detenuti, ha l’ora d’aria, la possibilità di leggere, qualche volta di lavorare e gli agenti di custodi – i “secondini” secondo una terminologia finalmente in disuso – non hanno il volto coperto dai passamontagna. Quasi nessuno rammenta che Moro, ma certamente non lo sapevano i brigatisti-carcerieri, quando era ministro della giustizia, questo lo scrisse nel 1969 Corrado Pizzinelli nella biografia intitolata “Moro” (Longanesi Editore): “come guardasigilli mette in eccezionale rilievo tutti i suoi difetti. E’ pignolo, minuzioso, lento e meticoloso…. Nelle carceri fa lunghe, lunghissime visite. Vien voglia di chiedere ad uno psicanalista quali potrebbero essere le motivazioni segrete della curiosa propensione per le galere in galeotti…” e questa particolarità, o se si vuole curiosità, diventa evidente quando dalla prigione del popolo scriverà “io comincio a capire cos’è la detenzione”.

(5. Continua)

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