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Il sequestro Moro/7

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C’è sconcerto quando si diffonde la notizia che in una seduta spiritica alla quale ha partecipato con altri professori dell’Università di Bologna Romano Prodi, che negli anni successivi diventerà presidente del Coniglio, era “apparso” lo spirito di don Luigi Sturzo, il fondatore dei Popolari, i padri del democristiani, ad indicare tre località dove si poteva trovare Moro: Bolsena, Viterbo, Gradoli. A nessuno venne in mente di sfogliare una mappa della Capitale o di chiedere ai vigili urbani per vedere se c’era una via Gradoli. Armi in pugno, gli investigatori si precipitarono a Gradoli, minuscolo borgo sulle sponde del lago di Bolsena ovviamente senza nulla trovare. Parve una bufala fin quando i Vigili del Fuoco irruppero al secondo piano, nell’ appartamento al numero 96 di Via Gradoli. L’inquilina del piano sottostante si era trovata all’improvviso una perdita d’ acqua a maculare il soffitto del bagno. Telefonò all’ amministratore del condominio che cercò, senza trovarlo, di mettersi in contatto con l’affittuario e allora chiamò i pompieri e un vigile raggiunse con una scala detta “all’italiana” una finestra. L’ aprì scoprendo il primo covo delle Brigate Rosse.

C’erano, in un disordine totale, armi, munizioni, targhe di automezzi, documenti, indumenti, cibo. L’ appartamento era intestato all’ “ing. Mario Borghi”, persona molto educata e soprattutto riservata; qualcuno ricordò di aver sentito quel mattino, lo scalpiccio di più persone che, correndo, lasciavano l’edificio. In via Gradoli ci fu un accorrere di automezzi e uomini armati fra ululati di sirene; la notizia viene immediatamente resa pubblica bruciando la possibilità di incastrare qualche terrorista che, magari, poteva rientrare in quell’ edificio. Si discusse molto su quel precipitarsi in massa quando, negli anni successivi, si pensò che in via Gradoli fossero arrivati quelli del Mossad che erano molto presenti a Roma in quei giorni d’angoscia. E si discusse anche sulla perdita d’acqua causata da un rubinetto della doccia “misteriosamente” lasciato aperto, appoggiato su una scopa e con la cornetta rivolta verso una minuscola fessura nel muro.

Qualcuno voleva far scoprire quel covo? Un’ ipotesi; può anche darsi che i brigatisti siano stati costretti ad allontanarsi in fretta. Oggi sappiamo che in quell’appartamento, la sera del 17 aprile (vigilia del trentesimo anniversario della famosa vittoria elettorale della Dc), Mario Moretti, dopo avere cenato con Barbara Balzerani mangiando uno spezzatino con carote, andò a dormire senza lavare i piatti lasciati nel lavandino della cucina. L’indomani la sveglia sarebbe suonata presto perché il capo delle Br doveva prendere il treno per recarsi alla riunione del Comitato esecutivo. Moretti ha sempre dichiarato che la mattina del 18 aprile uscì di casa verso le 7 con la Balzerani. Intorno alle 7.30 un tramestio di passi frettolosi svegliò l’inquilina del piano di sotto che alle 8 si accorse di una forte perdita d’acqua e contattò l’amministratore che chiamò un idraulico e dopo aver tentato di entrare nell’appartamento, alle 9.47  allertò i vigili del fuoco che entrarono nell’abitazione rompendo una finestra del terrazzo.

Forse il mistero della doccia non è poi tale. O Moretti o la Balzerani la lasciarono aperta per mera dimenticanza; poiché dovevano prendere un treno percorsero in fretta la rampa di scale e la testimone di quello scalpiccio, forse non aveva letto bene l’ora e, forse il Mossad non c’entra. Se così fosse, quel gran trambusto attorno al covo salvò due brigatisti dall’arresto, soprattutto quel Moretti, alias ing. Borghi, lo stratega di via Fani.

È Moretti, il personaggio che  ebbe un ruolo fondamentale nella costituzione delle “colonne” brigatiste di Genova e Roma. Nel “carcere del popolo” fu lui ad interrogare il prigioniero dichiarando, era il 1993, di aver ucciso Moro. Il 4 aprile del 1981 dopo nove anni di clandestinità, venne catturato a Milano e condannato a sei ergastoli. Senza dissociarsi né collaborare, ammise il fallimento della lotta armata. E’ in semilibertà dal 1997 e lavora in un centro per il recupero degli ex detenuti.

Lui interrogò Moro nei 55 giorni. Lui telefonò alla famiglia di Moro per indicare dove era stato portato il corpo del presidente e Moro un attimo prima di venire ucciso disse, congedandosi dai carcerieri, quel “salutatemi Moretti”. Forse quando i brigatisti gli comunicarono che sarebbe stato ucciso, Moretti avrebbe svelato la sua identità.
Resta il mistero della seduta medianica con quel piattino che “balla” per la forza della voce di Sturzo e forse di Giorgio La Pira. Si scoprì che l’Italia era patria di maghi perché negli anni successivi, di fronte alla commissione parlamentare di indagine sul sequestro, il capo della Digos di Roma Domenico Spinella disse: “Per me non aveva senso sapere da dove fosse venuto il nome di Gradoli, se fosse una segnalazione spiritica od altra fonte. Però posso dire una cosa: che in un paese di cattolici come l’Italia, durante i 55 giorni del sequestro Moro, le segnalazioni che venivano da medium, da rabdomanti, da spiritisti e cose del genere furono infinite”.

Spinella fu il primo ad arrivare in via Fani e sulla soglia del mezzo secolo sarebbe interessante sapere qualche cosa in più su quella un po’ particolare, vista l’importanza dei personaggi, seduta di fantasmi.

(7.continua)

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