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TRENTO. Le Acli Trentine dicono no all’ipotesi progettuale della Provincia autonoma di Trento sull’inceneritore e chiedono invece una valutazione approfondita di forme alternative di smaltimento. Al centro della presa di posizione c’è il dimensionamento dell’impianto, indicato in 100 mila tonnellate annue, ritenuto non coerente con i quantitativi effettivi di rifiuto residuo prodotti sul territorio provinciale.
Secondo le Acli, il Trentino parte da una situazione diversa rispetto ad altri territori, con una raccolta differenziata già molto elevata: l’82,8% a livello provinciale nel 2023 e l’83,26% nel Comune di Trento nel 2024, dove il rifiuto indifferenziato si è fermato a 8.779 tonnellate su 52.454 complessive. Per l’associazione, questi numeri impongono una scelta strategica sul modello di gestione dei rifiuti dei prossimi decenni, evitando infrastrutture che rischiano di risultare sovradimensionate.
Le Acli Trentine avvertono che un impianto di incenerimento, per restare economicamente sostenibile, avrebbe bisogno di una continuità di alimentazione che potrebbe tradursi nell’importazione di rifiuti da fuori provincia o in un indebolimento della raccolta differenziata. Nel documento viene richiamato anche il caso di alcuni Paesi del Nord Europa, dove la capacità installata di incenerimento risulta superiore al fabbisogno interno, con la conseguente necessità di ricorrere a rifiuti provenienti da altri territori.
Per questo le Acli chiedono di puntare prima sul miglioramento ulteriore della raccolta differenziata, sul riuso e sul recupero di materia, oltre che sul trattamento meccanico biologico del residuo. Solo dopo aver ridotto al minimo la quota non recuperabile, sostengono, si dovrebbe affrontare la fase energetica. L’associazione invita inoltre ad approfondire le opzioni indicate nello studio di Università di Trento e Fondazione Bruno Kessler, compresa la gassificazione, con l’obiettivo di fare del Trentino un laboratorio avanzato di economia circolare.


