Società / Il reportage

Nelle baracchine dell’Ex Sloi senza alternative: “Se ci cacciano andremo per strada”

Che sotto il relitto vivesse della gente è noto da quando hanno aperto le frontiere con la Romania. Sono quasi sempre gli stessi: un gruppo di circa 15, 20 persone. Vengono poi se ne tornano in patria. Solo che adesso si trovano tra due fuochi: da una parte Rfi, Italferr e le necessità di fare le analisi preliminari alla realizzazione del bypass ferroviario, dall'altra la proprietà. In mezzo loro, e questo giro lo sgombero per far posto al cantiere sembra l'ipotesi più probabile

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di Chiara Zomer

TRENTO. Ma tu cosa vuoi?». «Beh...». «Più di tutto, tra le cose che vuoi, cosa c'è?». «Un posto. Voglio un posto». Stefano Burgia lo dice e guarda la moglie Marilena Zap, 44 anni. La polizia martedì ha detto ai suoi che dovranno andar via. Per adesso gli hanno portato via il cane, un Amstaff scuro: «Dicono che spaventa le persone. Lilunik ha 10 anni, ho chiamato in canile a chiedere come sta, ma non me lo ridanno». A quando dovrà andare via per ora non ci pensa: «Oggi non sono venuti, sto qui. Cosa farò? A Roncafort ch'è un campo come questo. Andrò lì».

Che sotto il relitto dell'ex Sloi vivesse della gente è noto da quando hanno aperto le frontiere con la Romania, più o meno 15 anni. Fanno la spola tra due terre di nessuno. Sono quasi sempre gli stessi: un gruppo di circa 15, 20 persone. Vengono, stanno qualche mese, raccolgono soldi con l'elemosina, o con qualche lavoretto nei campi, poi se ne tornano in Romania.

Solo che adesso si trovano tra due fuochi: da una parte Rfi, Italferr e le necessità di fare le analisi preliminari alla realizzazione del bypass ferroviario, dall'altra la proprietà che non ha interesse a far entrare nessuno per le verifiche sull'inquinamento. In mezzo loro, e questo giro lo sgombero per far posto al cantiere sembra l'ipotesi più probabile. Par di capire che è questione solo di chiarire la procedura, perché le istituzioni vogliono essere inattaccabili. Intanto il Comune organizzerà a breve un sopralluogo socio sanitario, con l'Azienda sanitaria.

Dall'altra, in Questura si è delineata la road map: o arriverà la denuncia formale della proprietà che chiede lo sgombero o si attenderà la richiesta formale di Italferr, si porterà il caso in Comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza e si chiederà un atto formale al prefetto.

«Questione di giorni» sintetizza il questore Maurizio Improta. Sotto la torre della Sloi, intanto, aspettano. «Oggi non sono venuti, è una buona giornata». Nelle circa 10 baracchine, come le chiamano loro, nascoste tra le sterpaglie nel terreno tra la ferrovia e via Maccani, non si agitano. La vita ha insegnato loro che non serve.

Bragia è tra quei disperati. A casa, in Romania, ha un figlio: Junion, 8 anni. «Là va a scuola, qua non viene» dice la mamma, che non lo vede da tre mesi, «Ma col telefono sì». Junion non viene perché all'ex Sloi non lo vogliono portare. E perché «la polizia non lo lascerebbe». Quando chiedi se non sia meglio la Romania, rispetto a quel sottobosco di sterpaglie cresciute sui veleni dell'ex Sloi, che odora di urina, dove pure i funghi hanno colori improbabili, ti mostra la foto di casa sua: sassi e terra, coperti da onduline di plastica. Capisci che forse non fa grandissima differenza. Fa freddo dappertutto.Qui si sono organizzati: ogni baracca ha la sua stufa.

«Ho preso i pezzi da una fabbrica qui vicino. Il capo è gentile, me li ha regalati». Un cubo di ferro dentro cui accendono il fuoco, e da cui parte il tubo, una cappa artigianale che porta il fumo fuori da «casa» come la chiamano loro. In casa venerdì 6 ottobre c’era Fuorin Zoro Ferenci, 28 anni, appena arrivato dalla Germania. La sua baracca è nell'area nord di quell'accampamento abusivo e tollerato da sempre. «In Germania ho lavorato 4 mesi. Adesso è finito, sono qui. Ma appena mi arrivano i soldi, credo che andrò in Romania. A me qua non piace». Sabato mattina ha racimolato poco con l'elemosina: apre il palmo e mostra quel che ha in tasca, non più di 4 euro. «Qui tanti mi dicono di andare a lavorare, che sono giovane. Ma se mi danno un lavoro io lo faccio».

Lui era lì, martedì, quando la polizia ha preannunciato lo sgombero: «Però oggi non sono venuti. Se arriveranno andrò in strada. Un posto non ce l'ho». E con lui andranno Samuel Burgia, 70 anni e la moglie Veronica, 44, arrivati al campo poco dopo mezzogiorno, con la spesa. Lui spiega che a salvarlo è stato Dio. Un tempo beveva, picchiava anche, è stato in galera. È cambiato. Mostra la sua bibbia e lo ripete: Dio lo ha salvato. Dice così, salvato. Che ti guardi intorno e pensi sommessamente che qualcosa in più si poteva pure fare, ecco. Ma non fai in tempo a provare a dirglielo, che ti spiega che sua figlia adesso è tornata a casa. Era a Trento, fino a qualche giorno fa, lavorava con le mele. Ma non viveva al campo. «Adesso è a casa, dai bambini».

E in Romania ha bambini, nel senso di 4 nipotini, anche Crenguta, 45 anni. Lei alla Sloi ci ha fatto pure un inverno: «Per il freddo scaldiamo l'acqua». E quando le si ricorda che la polizia ha parlato di sgombero non alza nemmeno la voce: «E dove andiamo noi se portano via le baracchine? In Romania? Cosa facciamo in Romania, senza niente?».

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