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BORGO. «La giornata che abbiamo vissuto al Pronto soccorso dell'ospedale di Borgo è purtroppo la testimonianza di un sistema sanitario al collasso, che calpesta la dignità di chi non ha voce. È una vergogna che una donna di 73 anni, invalida e diabetica, venga abbandonata su una sedia per un'intera giornata senza le cure e i farmaci basilari. Ci sentiamo moralmente in dovere di segnalare l'accaduto, non per accusare qualcuno, ma perché non si ripeta più».
L'amara testimonianza arriva da una famiglia trentina, che nella giornata di mercoledì ha dovuto gestire una situazione complicata. Così uno dei figli della signora in questione, Michele Gardumi, dopo aver parlato con la sua famiglia ha preso carta e penna - o meglio computer e tastiera - e deciso di raccontare l'esperienza vissuta.
«Da un paio di giorni mia madre non stava bene. Per la nostra famiglia, che ha vissuto il dramma del 2023, quando un ictus ischemico l'ha colpita lasciandola invalida, immobile nella parte destra del corpo e con gravi difficoltà di parola, ogni minimo segnale di malessere è un segnale d'allerta. Memori di quel trauma, ci siamo allarmati e abbiamo chiamato il 118 già alle 8.30 del mattino. Dopo il trasporto in ambulanza all'ospedale di Borgo Valsugana (avvenuto intorno alle 10.30), mia madre è rimasta sola. La nostra famiglia era decimata dall'influenza e, per senso di responsabilità e per non rischiare di contagiare gli altri pazienti e il personale dell'ospedale, siamo stati impossibilitati a raggiungerla immediatamente. In quel momento, ci siamo fidati del fatto che fosse in un luogo sicuro».
La famiglia, insomma, era preoccupata. E così il posto più sicuro per capire cosa avesse la mamma pareva essere l'ospedale. Intorno alle 15.30, quindi cinque ore dopo l'ingresso al Pronto soccorso, una parente si reca in ospedale: «Era "parcheggiata" sulla sedia, da ore. Nessuno le aveva dato da bere o da mangiare. Ma, ancora più grave, non le era stata misurata la glicemia né era stata somministrata la terapia farmacologica indicata.
Una volta chieste spiegazioni alle infermiere, è emerso che mia madre aveva 38,5 di febbre. Alla richiesta se fosse il caso di somministrarle una tachipirina, la risposta ricevuta è stata un laconico: "Ah sì, se la signora la vuole". È inaccettabile che a una paziente che dal 2023 ha perso la capacità di esprimersi correttamente e non può muoversi autonomamente, venga delegata la decisione sulla propria cura. La responsabilità medica è stata totalmente scaricata sulla paziente stessa, ignorando i suoi evidenti limiti fisici».
Nella lettera viene spiegato che la giustificazione data dal personale, che si è detto mortificato per l'accaduto, era legata all'ormai classica carenza di personale. «Intorno alle 19, ovvero nove ore dopo l'ingresso, non era ancora successo nulla. Il Pronto soccorso era un teatro di stanchezza e lamentele, degno di una sanità di cent'anni fa, dove nessuno sa dare risposte sui tempi. Abbiamo atteso ancora un po', siamo arrivati a 10 ore trascorse in un corridoio senza una visita medica, senza cibo, senza acqua e senza i suoi farmaci e poi abbiamo deciso, d'accordo con lei e con il resto della famiglia, di riportarla a casa».


