VALSUGANAAccusata di stalking ed estorsione, con l'aggravante del revenge porn, ossia di divulgazione di immagini sessualmente esplicite, una sessantenne della Valsugana ha rischiato una condanna superiore a cinque anni.

Le accuse, dopotutto, sono di una certa rilevanza, dato che – secondo la ricostruzione della procura - avrebbe minacciato e ricattato l'uomo che le aveva giurato amore eterno nascondendole di essere già impegnato, nonché avrebbe mandato le foto intime di lui alla compagna "ufficiale" ed alla madre.

L'imputata, una ex imprenditrice sessantenne residente in Valsugana, assistita dall'avvocata di fiducia Stefania Stoffella, è stata invece condannata a due anni e sei mesi, al termine di una lunga udienza che è servita, se non a modificare i capi di imputazione, almeno a cambiare le carte in tavola: fra contraddizioni dei testi e nuovi particolari emersi in aula, i fatti sono apparsi di una gravità minore rispetto a quanto valutato nel corso dei primi accertamenti.

Lo stesso pubblico ministero ha chiesto 2 anni e 6 mesi, mentre la difesa l'assoluzione e in subordine l'applicazione del minimo della pena con sospensione. L'indagine sul ricatto sessuale era partita dalla denuncia di un cinquantenne con cui l'imputata aveva avuto una breve relazione. L'uomo aveva raccontato di averla conosciuta attraverso un sito e frequentata in segreto saltuariamente (lui all'epoca aveva già una compagna).

Quando la donna, poi finita a processo, aveva capito di essere non l'amata ma l'amante, sarebbe partito il ricatto, ossia la minaccia di divulgare le immagini intime di lui ai conoscenti. L'uomo aveva raccontato ai carabinieri di essere stato costretto a versare 300 euro in tre tranches, quasi mille euro, per assicurarsi il "silenzio" dell'amante.

Dalle indagini era emerso che le foto intime di lui erano state effettivamente divulgate - dunque il reato è stato commesso - ma in un contesto molto delicato. L'imputata, sentita in aula, ha raccontato con sofferenza di aver reagito molto male venendo a conoscenza che l'uomo era già fidanzato, ma che lei stessa subiva dallo stesso soggetto telefonate dai contenuti molto pesanti.

Il denunciante, che non si è mai costituito parte civile, ha poi ammesso davanti alla giudice Marta Schiavo che i soldi versati sotto ricatto non sarebbero stati più di 100 euro; inoltre non ha voluto rimettere la querela, come gli è stato proposto durante il procedimento. Nella richiesta di pena, lo stesso pubblico ministero ha valutato l'applicazione delle attenuanti per la tenuità del fatto, con una riduzione della condanna.