LAVARONE. L'altra faccia della medaglia del turismo dei numeri record è quella di una «crisi di sistema» che incombe ormai da qualche anno, e stavolta il Covid c'entra poco. Al contrario per risollevarsi vanno trovate le ragioni della crisi e le responsabilità. È quanto sostiene Carlo Marchesi, ex titolare dello storico Hotel Cervo di Lavarone, azienda di famiglia da 130 anni finita all'asta per ordine del tribunale.

«Serve che tutti i soggetti, pubblici e privati, si impegnino per salvare un settore che è il 30% del Pil provinciale che sfiora i venti miliardi di euro. I problemi sono tanti, dalla clientela sempre più esigente e volubile agli eccessi del libero mercato, fino alla crisi delle Casse rurali e ai ritardi della politica, che forse avrebbe dovuto ripetere anche per gli alberghi l'intervento fatto per salvare gli impianti sciistici. La risposta non è facile. Ma l'unica strada possibile è quella di puntare sulla qualità dell'offerta, per avere margini di profitto e bilanci attivi».

Marchesi, 58 anni, erede di una dinastia di albergatori, ha dovuto cedere la propria attività, il rinomato Hotel Cervo a Lavarone di proprietà familiare sin dalla fine dell'Ottocento. Una posizione che per paradosso gli ha permesso una visione più ampia di quello che sta avvenendo nel turismo trentino. E anche se negli ultimi giorni da Trento, e dai responsabili di settore, arrivano notizie confortanti sull'andamento della stagione estiva, pensare che i problemi siano ormai alle spalle potrebbe essere un errore da pagare caro.

«Anzi - prosegue Marchesi - il tempo stringe. Perciò bisogna ragionare, coinvolgendo non soltanto gli addetti ai lavori, ma anche l'opinione pubblica, visto il peso economico del turismo. Non si può far finta di nulla se in Trentino oggi vengono svenduti all'asta 100 alberghi. Significa che c'è un terremoto. Altri sopravvivono, ma a stento, non essendo in grado di fare quegli ingenti investimenti indispensabili per rimanere competitivi. Oggi si lavora soltanto se sei un tre stelle. Ma per la maggior parte degli alberghi si tratta di un tre stelle di venti anni fa. Basti pensare al mio caso, una struttura in eccellenti condizioni, 70 posti letto e centro wellness, dal valore di due milioni di euro acquistata all'asta per 450mila euro, come un appartamento a Trento».

Una premessa va fatta. Quella di Carlo Marchesi è ben lontana dall'essere la storia tipica del rampollo che brucia l'eredità familiare. Al contrario, il notissimo albergatore, già sindaco di Lavarone per 15 anni, alla sua impresa ha dedicato anima e corpo, continuando a lavorare anche in questi giorni segnati dalla massima incertezza. Ma con onestà pronuncia anche un'autocritica.

«L'Hotel Cervo è stato acquistato da una società di cui non sappiamo nulla. Ci piacerebbe che, vista l'esperienza e la clientela affezionata, potessimo rimanere gestori. Comunque rimarremo in questo settore, che è la nostra vocazione da un secolo e mezzo. Tutto è cominciato quando abbiamo, come altri imprenditori, deciso di investire per andare incontro a una clientela diventata molto esigente. Per questo abbiamo acceso un mutuo per allestire un centro benessere. Così il nostro bilancio è entrato in sofferenza. Ma il nostro vero errore è stato quello di correre dietro a tutti i tipi di clienti, come "quello mordi e fuggi", pur di vendere le stanze. Una dinamica nella quale sono finite tante imprese andate per aria o che hanno dovuto liquidare asset di famiglia per non portare i libri in tribunale. La crisi delle casse rurali ha fatto il resto. Hanno ragionato come una società finanziaria che cerca un ritorno immediato. Ma sono rimasti con un pugno di mosche anche loro. Nel mio caso a stento incasseranno 300mila euro. Invece rinegoziare il mutuo, riqualificando l'offerta, avrebbe salvato me e tanti imprenditori nelle stesse condizioni. Infatti oltre alle attività all'asta ci sono tanti alberghi rimasti chiusi, forse per sempre. Solo a Lavarone saranno quattro o cinque».

Da imprenditore Marchesi sa che ogni analisi va disaggregata. Perciò spiega: «Non conviene la politica dei prezzi stracciati. I turisti che rimangono un paio di giorni aumentano i costi che mangiano i profitti. Inoltre quello che dico vale più per l'asse centrale del Trentino, meno per la zona del Garda, Val di Fiemme e Campiglio per il peculiare contesto ambientale. Ciò non toglie che l'offerta turistica sia disomogenea. Perciò andrebbero riviste le tariffe. Non soltanto Booking, ma anche le agenzie che impongono i prezzi, mettono in difficoltà l'operatore che non riesce a far quadrare più i conti. Su tutto questo la politica non ha trovato una soluzione. Andrebbe rivista anche la formazione, poiché non si trova più personale. Il mondo della scuola professionale con il suo calendario rigido non va incontro alle esigenze degli operatori. Non solo, fino a qualche anno fa la Provincia finanziava il settore col 40% sulla spesa, ora ridotto al 20%».