TRENTO. C'è un'emergenza nell'emergenza, tra i senzatetto: le donne. Sono almeno una decina le ragazze che non sanno dove andare a dormire e sono costrette ad arrangiarsi alla bell'e meglio, con problemi di sicurezza personale facilmente immaginabili. Perché se di Trento città insicura si parla un giorno sì e un giorno pure, si immagini quanto poco tutelate possano essere ragazze accampate sotto i ponti. Un tema di evidente attualità, tanto che a giugno sono stati aggiunti 15 posti per donne nel sistema d'accoglienza a bassa soglia, ma non è ancora abbastanza. A denunciare la situazione è Chiara Aliberti, che del tema si occupa da due punti di vista: è attiva infatti sia dell'assemblea antirazzista che dello sportello casa per tutti: «C'è una dissonanza cognitiva tra ciò che dicono e quello che accade davvero» osserva, riferendosi al mondo politico istituzionale.

Il problema principale riguarda in particolare le richiedenti protezione internazionale: arrivano, fanno domanda e avrebbero diritto di entrare nel sistema d'accoglienza. Ma il posto non c'è. In media si attendono dai 6 agli 8 mesi per una risposta. E nel frattempo loro sono scoperte. «Dal nostro osservatorio informale possiamo dire che c'è almeno una decina di ragazze senza fissa dimora, una cifra che può includere anche lavoratrici precarie che comunque non hanno un posto dove stare. Un numero quindi facilmente gestibile».Il ragionamento è semplice. Non è come con gli uomini, che sono a decine - basta fare due passi al mattino presto per accorgersene - sparsi negli angoli della città. Se sono solo dieci, quelle che non hanno uno spazio e quindi una tutela, il sistema potrebbe senza grandissimo sforzo risolvere, ampliando i servizi. Perché le donne - questo il ragionamento - avrebbero bisogno di una tutela maggiore. È dal 2023 che è in costante aumento il numero di donne richiedenti protezione internazionale che restano escluse dal percorso d'accoglienza.

Due le strutture che possono accogliere chi resta fuori: Casa della giovane e Casa Paola, che tuttavia è un dormitorio solo notturno. «Ma per alcune stare fuori tutto il giorno è pesante, qualcuna ha problemi di salute» osservano i volontari: «Abbiamo osservato come le strutture di bassa soglia siano diventate spazi indistinti, utilizzati come "parcheggio" per qualsiasi categoria: donne lavoratrici, donne richiedenti protezione internazionale, donne con gravi patologie, e altre soggettività che avrebbero diritto a percorsi più specifici e adeguati. Questo uso indiscriminato ha generato inevitabili liste d'attesa, lasciando escluse tra le 5 e le 10 donne, secondo le rilevazioni parziali del nostro osservatorio» evidenzia l'assemblea antirazzista. Gli ultimi casi eclatanti sono quelli di una donna lavoratrice rimasta in strada a fine giugno, ed un'altra rimasta fuori dal sistema d'accoglienza per i richiedenti asilo dal 3 luglio. «Posto che per tutti sarebbe opportuno trovare una soluzione, la situazione delle donne desta particolare preoccupazione - osserva Aliberti - soprattutto in termini di sicurezza personale. Faccio un esempio: quando sono stati sgomberati i senzatetto alle Albere, erano stati buttati via materassi e coperte. Noi abbiamo donato loro delle tende, per ripararsi. Ma una donna la rendi ancora più visibile, se le dai una tenda, rischia una ancor maggiore vulnerabilità».

C'è il tema infine, che non viene attivato alcun servizio emergenziale: «Esiste il servizio emergenziale solo se sei madre con figli minori, o vittima di violenza. Restiamo a questo. Le donne sono aiutate solo se madri o vittime. E una larga fetta della popolazione non è interessata al problema perché crede che a loro non accadrà mai, ma potrebbe invece succedere. Basta uno sfratto, e non si sa dove andare».