PHOTO
TRENTO. Arriva in Commissione Capigruppo la proposta di revoca della cittadinanza onoraria concessa a Benito Mussolini dal Comune di Trento. A firmarla sono i consiglieri Luca Filosi (capogruppo Pd-Psi), Di Pippo, Benetti, Chilà, Attolini, Malaj, Shero, Risatti, Tomasi, Franceschini, Ceko, Serra, Dal Ri e Sani. «È una proposta che richiederà una maggioranza molto ampia, quattro quinti dell'aula», spiega Filosi.
«La cittadinanza onoraria è il riconoscimento più alto che il Comune può conferire: deve dare lustro e rappresentare un'identificazione. E in una città decorata con la Medaglia d'Oro al Valor Militare anche per il contributo dato alla lotta contro l'occupazione nazifascista, quella cittadinanza stride con la memoria storica».
Filosi ricorda che il conferimento risale al 1924, a dieci anni dall'inizio della Prima guerra mondiale, in un Comune privo di Consiglio eletto e retto da un commissario prefettizio. «Era parte di un disegno nazionale, condiviso da molte città italiane, per consacrare Mussolini. Bisogna avere chiaro da dove arriva quella scelta». Nelle scorse settimane il centrosinistra si era opposto alla proposta del consigliere Andrea Demarchi (Prima Trento) di rimuovere i chiusini con il fascio littorio e il lampadario di Palazzo Thun che presenta lo stesso simbolo. Filosi chiarisce la differenza: «I chiusini e il lampadario fanno parte della storia materiale della città. Rimuoverli significherebbe sostituire centinaia di pezzi, con costi enormi, e comunque cancellare fisicamente una traccia storica che invece va spiegata. Per questo avevo proposto a Demarchi una cartellonistica che contestualizzi quei simboli e quei luoghi». Diverso ancora il discorso dei mosaici, delle sculture e degli elementi architettonici di epoca fascista, come quelli della stazione: «Sono beni culturali tutelati. Fanno parte del patrimonio artistico della città e vanno letti, non rimossi. Un'onorificenza, invece, è un atto vivo: significa riconoscersi in una figura». La proposta è sottoscritta da tutta la maggioranza, con l'auspicio che possa trovare un consenso largo in aula.
«Siamo tutti rappresentanti istituzionali di uno Stato fondato sulla Costituzione antifascista», conclude Filosi. «A prescindere dalla collocazione politica, dobbiamo tutti riconoscerci in quei valori». Che la figura di Benito Mussolini sia legata alla città di Trento è indubitabile. Peccato che sia spesso legata a vicende infamanti. Tra le più tragiche c'è quella di Ida Dalser, di Sopramonte, che sposò Mussolini quando era ancora un giovane socialista e con lui ebbe un figlio. Quando Mussolini, che nel frattempo aveva sposato anche Rachele Guidi, prese il potere, quella relazione divenne un pericolo: Dalser fu internata, privata del figlio Benito Albino, che venne a sua volta rinchiuso. Entrambi morirono in manicomio. La loro vicenda è una delle pagine più crudeli del regime, un esempio di come il potere fascista tra le innumerevoli sue efferatezze abbia anche annientato vite per proteggere la propria narrazione pubblica.


