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TRENTO. La procura di Trento ha chiesto il giudizio per i tre ultras del Calcio Trento indagati per l'aggressione ad un poliziotta transgender: hanno 27, 34 e 43 anni e devono difendersi dalle accuse di lesioni aggravate, di aver causato uno sfregio permanente al viso della vittima e di violenza privata, per aver strappato il cellulare dalle mani della poliziotta impedendole di utilizzarlo. Il grave episodio era avvenuto in un bar della città alle 3 circa della notte, fra il 14 ed il 15 febbraio scorsi.
Nel locale, a quell'ora chiuso al pubblico, erano in cinque: tre ultras del Calcio Trento, la poliziotta (libera dal servizio), un cliente e la barista che stava terminando le pulizie. Quest'ultima, che aveva prestato i primi soccorsi alla vittima, all'Adige aveva raccontato questo: «Non c'è stata alcuna avvisaglia nei minuti precedenti. Dopo la chiusura, alle 2, nel locale sono rimasti alcuni clienti, persone che frequentano il bar e che fra di loro si conoscono, se non di nome almeno di vista. Stavo facendo le pulizie. Ero tranquilla perché il clima era sereno. Stavo andando a spegnere le luci quando è scoppiato il caos. La donna ha reagito ad una frase detta da uno dei tre tifosi. A quel punto è stata colpita ed è caduta una prima volta, poi si è rialzata ed è caduta una seconda volta per il pugno tirato da un altro. Vedendo ciò che stava accadendo, mi sono mezza in mezzo. Urlavo e piangevo».
Gli investigatori della Digos e dell'Upgsp, Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico della questura, avevano ricostruito la dinamica dell'accaduto attraverso le testimonianze, a partire dalla barista, e la visione delle immagini delle telecamere di videosorveglianza del locale. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i due indagati di 34 e 43 anni, identificati come gli «esecutori materiali», e l'amico più giovane, riconosciuto quale «concorrente morale», avrebbero colpito la vittima, che era a terra, con pugni al volto e con uno sgabello alla testa, infierendo anche con calci in altre parti del corpo.
La poliziotta si era presentata al pronto soccorso con il naso rotto e due profondi tagli alla testa e sulla nuca, medicati con 22 punti di sutura. La prognosi era di oltre 30 giorni. Tra poco più di un mese i tre indagati compariranno davanti al giudice dell'udienza preliminare Enrico Borrelli. Il più giovane del gruppo, Leonardo Di Cristina, nonostante sia stato un mero «concorrente morale» nell'aggressione, è l'unico degli indagati ad essere agli arresti domiciliari. Nel giugno scorso il gip aveva emesso la misura cautelare con applicazione del braccialetto elettronico perché soggetto considerato «socialmente pericoloso», come era riportato in una nota della questura. Di Cristina si sarebbe infatti reso protagonista di una serie di altre «gravi condotte penalmente rilevanti» commesse nei mesi precedenti e culminate poi nell'aggressione di febbraio. A inizio dell'anno era rimasto coinvolto negli scontri tra tifoserie a Salò (prima della partita Feralpisalò-Trento) e a Novara con gli ultrà della squadra piemontese. Proprio per questo era già stato colpito da un Daspo (Divieto di accesso alle manifestazioni sportive) per 5 anni, con obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.


