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ROVERETO. É finito a processo per stalking dopo aver messo eccessiva pressione ad una mamma e a sua figlia. Quella quantità industriale di telefonate ai cellulari delle due donne, infatti, va sommata al campanello di casa suonato a ripetizione giorno e notte per farsi aprire e addirittura alle lettere spedite all'indirizzo della parte lesa capaci di riempire la cassetta con messaggi senza senso.
Il tutto per ragioni che sono ignote a tutti ma che, dopo la sfilata di testimoni in tribunale, la giudice Monica Izzo ha deciso di far analizzare da un consulente psichiatrico. Che, visitando l'imputato (E.G. di 48 anni) nel carcere di Vicenza dove è detenuto per altre cause, dovrà stabilire se all'epoca dei fatti, parliamo di inizio primavera di due anni fa, era in grado di intendere e di volere.
Premettiamo che, in questo procedimento, non è mai emersa qualsivoglia forma di violenza ma solo molestie per pressioni eccessive nei confronti di una famiglia. Una forma di stalking che comunque ha dispensato ansia e paura in mamma e figlia che, a un certo punto, si facevano addirittura accompagnare anche per uscire di casa e andare a fare la spesa. Perché, come hanno raccontato in aula, quell'uomo le pedinava, se lo trovavano davanti ovunque andassero («anche in biblioteca») e cercava in tutti i modi di andare a casa loro accampando sempre la medesima scusa: «Ho la sensazione che la donna sia in pericolo».
L'amicizia era nata quando l'imputato era ospite di una cooperativa sociale del centro città che ha sede nello stesso palazzo. Alla sua vittima, ovviamente, ha sempre raccontato di essere un operatore e non un utente dell'istituzione che sosteneva persone problematiche anche se alla fine la verità è venuta a galla. L'uomo, però, negli anni è stato allontanato da altre associazioni e addirittura «mollato» dai servizi sociali perché, è stato riferito da testimoni a processo, rifiutava di farsi aiutare.
Le mancate risposte al telefono e al citofono, comunque, hanno infastidito parecchio E.G. che un giorno è riuscito perfino a farsi prestare il cellulare da un barista cinese per provare a contattare l'amica perduta. Insomma, quell'insistenza senza senso ha messo paura a madre e ragazza che, non a caso, un giorno hanno fatto intervenire la polizia.
Poi, su suggerimento degli addetti della cooperativa sociale, si sono convinte a denunciare il fatto ai carabinieri e il fascicolo è arrivato sul tavolo della procuratrice capo Orietta Canova che ha accusato formalmente l'uomo del reato di stalking. Al termine della lunga sfilata di testimoni, si è però deciso di ricorrere ad una perizia psichiatrica. Perché l'imputato, prima di smettere l'assunzione di farmaci, era una brava persona, acculturata, piacevole e gentile.
Poi, di colpo, si è perso: senza casa, senza lavoro, senza amici e con quell'inclinazione alla molestia capace di mettere a rischio la serenità di una famiglia che ha avuto l'unito torto di esserselo fatto amico quando abitava nella stessa palazzina.


