PHOTO
ROVERETO. Lui, l'imputato, nel rendere spontanee dichiarazioni ha definito "una relazione turbolenta" quella che lo ha legato per alcuni mesi alla donna. Per il giudice Fabio Peloso invece si è trattato di stalking e di lesioni e lo ha condannato ad un anno e due mesi di pena e al pagamento di un risarcimento da 10mila euro.
Condanna che è arrivata ad oltre 13 anni dai fatti tanto che l'avvocato difensore dell'uomo, Benvenuto Sinfisi, ha chiesto, a conclusione della sua arringa e in subordine all'assoluzione, il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. Prescrizione che non è stata riscontrata dal giudice. Perché è vero sì che il processo si è celebrato in grande ritardo rispetto al momento in cui sarebbero stati compiuti i reati ma questo non è stato dovuto alle lungaggini burocratiche ma al fatto per l'imputato per un buon numero di anni è stato irreperibile. E sottraendo questi ai 13 totali il giudice ha ritenuto che si fosse ancora in tempo per decidere sulla colpevolezza o meno dell'uomo.
Ma facciamo un (lungo) passo indietro. È la primavera del 2013 quando il futuro imputato e la futura parte civile si incontrano. Un incontro casuale, racconterà lei nella denuncia e poi in aula, grazie ad un amico comune. Si scambiano poche battute e si salutano ma poi lui riesce a trovare il numero di cellulare di lei. E lì inizia il periodo tormentato per la donna. Perché il corteggiamento dell'uomo è serrato e si è concretizzato con un numero elevato di telefonate che ha alternato ai tanti messaggi.
È pressante, e lo è in modo non piacevole per la donna. Che tenta di difendersi bloccando l'utenza telefonica dell'uomo ma lui, si scoprirà poi grazie alle indagini fatte partire dalla procura dopo la presentazione della denuncia, ha nelle sue disponibilità ben sei utenze telefoniche. E la lotta della donna contro queste continue invasioni della sua vita privata diventa vana. E inizia la paura. Sì perché le parole dolci sono state velocemente sostituite (o meglio, si alternavano) a frasi minacciose. Pesantemente minacciose.
Come "se non sarai mia ti ammazzerò" o "io ti amo, voglio avere un figlio". In mezzo a tutto questo l'uomo si sarebbe presentato - non invitato - sotto casa della donna e anche al suo posto di lavoro in modo da farle sentire la sua presenza.L'atteggiamento persecutorio dell'uomo, come descritto nella denuncia, è durato per quasi un anno lasciando nella donna strascichi pesanti a livello psicologico. E l'avrebbe costretta, come lei stessa ha raccontato in aula, ha cambiare delle abitudini di vita, dal luogo dove andava a fare la spesa, alla sua residenza. Decisioni motivate dalla necessità di garantire la sua incolumità e quella dei suoi figli.
Ma oltre ad una violenza che si potrebbe definire psicologica, ci sono stati anche episodi di aggressioni fisiche. In particolare in un'occasione l'imputato avrebbe aggredito la donna in pieno centro afferrandole il viso con le mani e colpendola con una testata al volto. Lei era dovuta andare al pronto soccorso a farsi medicare per un trauma al livello del naso.
Tutto questo è stato raccontato anche in aula dalla donna (che è stata seguita dall'avvocato Luigi Campone) che secondo il pubblico ministero, pur considerando il tempo trascorso dal reato, è stata attendibile e credibile. Di diverso avviso l'avvocato della difesa che ha sottolineato le contraddizioni in cui è caduta la donna. Anche alla luce delle parole dell'imputato che, in collegamento da un carcere lombardo dove è detenuto per altri fatti, ha raccontato la sua verità.
Ossia che fra i due c'era una storia («tormentata perché io stavo con un'altra») ma che c'era reciprocità: non era lui che corteggia e lei che scappava, stavano insieme. Tanto che avrebbero passato anche serate allo stesso tavolo con i figli di lei, come una coppia serena. Anche sull'aggressione in strada la versione dell'uomo è molto diversa. Non potendo negare la lesione (la frattura al naso è stata diagnosticata e curata al pronto soccorso di Rovereto) ha fornito un'altra ricostruzione degli eventi.
Per cui, sì ci sarebbe stata una discussione in strada fra loro ma lei si sarebbe fatta male da sola sbattendo il viso - e quindi il naso - contro la portiera della macchina. La querela sarebbe stata, quindi, dettata dalla gelosia per la storia finita e non legata a fatti reali. Una versione che, visto come è poi andate a finire, non è stata ritenuta credibile dal giudice.


