La primaria Barbara Zaia: "Al pronto soccorso di Rovereto umanità e ascolto”
“In un anno visitiamo 50mila pazienti. Il 60 per cento riguarda codici bianchi e verdi, quindi non urgenti. Solo il 10 per cento delle visite termina con il ricovero. Guido un gruppo di giovani preparati: fra noi il lavoro di squadra è fondamentale. Spiace quando la gente si lamenta per le attese ma non tutti hanno la stessa complessità"
ROVERETO. Professionalità e umanità. Sono queste le parole chiave per Barbara Zaia che dal primo novembre è primario dell'unità operativa medicina d'urgenza e pronto soccorso dell'ospedale di Rovereto. Nel reparto lei ci lavora dal 2003 e dopo nove mesi come facente funzioni ha vinto il concorso che l'ha messa alla guida - prima donna nella storia del reparto roveretano - del pronto soccorso. Reparto nel quale è arrivata quasi per caso.
«Mi sono laureata a Padova e poi mi sono specializzata in Medicina Interna a Verona. Lì un professore ci ha consigliato di fare un esperienza in pronto soccorso e così, assieme ad un gruppo di colleghi, sono arrivata a Rovereto. Ed è scattata la scintilla: questo reparto non l'ho più lasciato».
Prima medico e ora direttore, cosa è cambiato?
Tanto e poco al tempo stesso. Certo il ruolo è diverso ma l'approccio a questo lavoro è lo stesso. Ho avuto un predecessore, Fabio Malalan, che ha lasciato un impronto importante e ho la fortuna di lavorare con un gruppo giovane. E questo aspetto è molto importante per un reparto di emergenza.
Il suo è un lavoro in prima linea, come lo affronta?
Ritengo che ci sono due aspetti principali con i quali ci confrontiamo continuamente. Il primo, il più evidente, è quello medico, l'urgenza clinica e quindi la valutazione dello stato di salute del paziente che si presenta in reparto. Ma poi c'è un altro aspetto per me molto importante ed è quello relativo alla valutazione della persona, delle sue fragilità. Anche questo rientra nel nostro lavoro perché come medico d'urgenza anche quello che c'è dietro ad un paziente è importante.
Nel corso degli anni ha visto dei cambiamenti?
Sì, il contesto sociale è mutato molto. Semplificando in passato c'era una rete familiare e sociale molto più forte rispetto ad ora. Ci troviamo davanti sempre più spesso a persone sole e, nel momento in cui stanno male, nel momento del bisogno questo aspetto, ha un peso molto forte e questo incide anche nel nostro lavoro. Io sono convinta che ci voglia professionalità ma anche umanità nella gestione dei pazienti, la capacità di ascolto e questa è l'impronta che voglio dare all'attività del mio reparto.
Il pronto soccorso è spesso al centro di polemiche per i tempi d'attesa troppo lunghi, per sale d'attesa piene di persone che, molte volte, non dovrebbero rivolgersi ad un reparto dedicato alle urgenze per cercare una risposta ai loro problemi.
Io sono convinta di una cosa, che tutto questo parte da una richiesta di cura e dalle risposte che si trovano. La situazione generale è complessa e posso capire che arrivino al pronto soccorso persone che potrebbero rivolgersi al medico di base. Perché sono persone che hanno un bisogno, che cercano delle risposte o delle rassicurazioni e il pronto soccorso c'è, è aperto 24 ore su 24, 7 giorni su 7. E non mandiamo via nessuno. Magari aspettano in sala d'attesa ma alla fine saranno visitati anche i codici non urgenti. Mi spiace quando la gente si infastidisce per tempi d'attesa che sono percepiti come troppo lunghi, ma posso assicurare che fra le stanze e gli ambulatori si lavora per dare la miglior risposta ad ogni paziente. Ma non tutti hanno la stessa complessità e questo aspetto è difficile da capire per chi è in sala d'attesa.
Quanti pazienti visita in un anno il pronto soccorso di Rovereto?
Nel 2025 sono stati 50mila e di questi il 60 per cento aveva dei codici bianchi o verdi, quindi non urgenze. Solo nel periodo delle feste natalizie i pazienti sono stati poco più di 2mila con un picco il 27: in 24 ore ci sono stati poco meno di 200 accessi. Ma c'è un altro dato che trovo significativo. Il 10 per cento degli utenti che passa per il nostro reparto viene ricoverato, un dato che è sotto la media nazionale e che è indice di ricoveri appropriati. 9 casi su 10 vengono gestiti e "risolti" dal pronto soccorso.
Su cosa vuole puntare per il futuro del reparto?
Stiamo portando avanti diversi progetti trasversali con gli altri reparti dell'ospedale di Rovereto per poter gestire al meglio le urgenze e quindi avere ricadute positive sulla gestione del singolo paziente. E poi voglio puntare molto sulla formazione, oltre a quella fatta dall'azienda. Come detto la squadra è molto giovane, ognuno porta capacità e specialità diverse e questo è senza alcun dubbio una grande ricchezza. Negli anni del Covid abbiamo imparato quanto sia importante il saper fare squadra, quali ricadute positive questo e il confronto costante abbiano e quindi vogliamo andare avanti per questa strada anche per rendere più gratificante il lavoro - che per le sue stesse caratteristiche è duro e frenetico - per tutto il personale che qui lavora.