Sociale / L’intervista

La Farmacia Venezian di Arco supporta e accoglie i bambini neurodivergenti: «Non possiamo risolvere problemi ma tendiamo le nostre mani»

Attivato un canale preferenziale senza malumori anzi, la comunità collabora. Patrizia Venezian: «Ognuno si confronta con la disabilità e diversità nella vita. La nostra scelta è dedicare tempo alle persone, anche solo due parole, senza acquistare alcun farmaco». Il legame con l’associazione «I Lari» che dà voce ai genitori

I PROGETTI L’ippoterapia per i bambini con l’associazione «I Lari»
LA STORIA La comunità si coccola il “grande” Alessio Bortolotti 
INCLUSIONE L’elogio alle diversità della «Giornata dei calzini spaiati»

di Elena Piva

ALTO GARDA. Accade che nell'Alto Garda, territorio in cui persino la conformazione morfologica aiuta a sentirsi protetti, le famiglie di bambini neurodivergenti si sentano delle privilegiate poiché accolte e comprese nelle loro differenti quotidianità.

Il termine «neurodivergenza» indica l'elaborazione mentale che si attua in maniera differente, nel cervello di una persona, rispetto al processo cerebrale considerato tipico. Un tempo considerata al pari di un'anomalia, la neurodivergenza oggi è vista come una attitudine comportamentale che si distingue dalla massa; ne sono un esempio il disturbo dello spettro autistico, il disturbo da deficit dell'attenzione e iperattività, la dislessia.

«Per rendere il quotidiano privo di limiti, non basta l'impegno dei pochi. È fondamentale coadiuvare l'aspetto medico e quello sociale. Ringrazierò sempre chi, come la Coop di Vigne e la farmacia Venezian, dà supporto e affetto ai ragazzi. Succede, quando mio figlio Tommaso varca la soglia: gli fanno trovare le cose pronte, lo aiutano. Questa dovrebbe essere la vita per tutti» aveva spiegato a l'Adige Francesca Tricarico, presidente dell'associazione «I Lari» che abbraccia le famiglie di bambini neurodivergenti dell'Alto Garda (è in corso di realizzazione un video in cui le voci dei genitori raccontano le singole esperienze di vita). Tra le priorità della dottoressa Patrizia Venezian, titolare dal 2005 della quarta sede farmaceutica di Arco - nella quale lavora il figlio Andrea Bernardi, Andrea Benuzzi, Alessandra Carloni e Angela Feltrinelli - ci sono i bisogni di coloro che, nel quartiere "Romarzollo 2020", varcano la soglia con i timori relazionali che la società ha in loro accentuato.

"In che senso come sto? Il bello del prendersi cura"

Ecco un breve assaggio del docufilm dell'associazione I Lari, che racconta il valore del caregiving informale (il supporto di genitori e parenti a chi ha delle difficoltà): l'opera è in corso di realizzazione e si intitola "In che senso come sto? Il bello del prendersi cura". Regista e videomaker Giambattista Pesarini, coordinatrice Francesca Tricarico, drammaturgia di Jennifer Miller (Alla Ribalta), consulenza ai testi di Edoardo Parodi

Dottoressa Venezian, cosa significa accogliere la diversità?

«Rendersi conto di ciò che conta nella vita. Sono tante le diversità con cui interagiamo, d'altronde siamo tutti umani e uguali perché diversi. La sensibilità nell'approcciarsi con gli altri è essenziale, la realtà con cui ci confrontiamo ogni giorno richiede partecipazione, condivisione. Anche i miei collaboratori hanno una particolare predisposizione empatica, avendo in famiglia situazioni delicate si sentono maggiormente coinvolti, danno maggior valore alle necessità e alle problematiche di chi arriva al banco».

«Dopo l'incontro con Francesca Tricarico, abbiamo accresciuto questa priorità. Ci sono casi in cui i ragazzi neurodivergenti non possono venire da soli in farmacia perché hanno anche una disabilità fisica, dunque sono accompagnati da un genitore o un parente; altri invece che riescono a presentarsi in autonomia ma hanno difficoltà nel rimanere fermi in un luogo piccolo, al chiuso, così attiviamo un canale preferenziale di servizio, senza sollevare malumori».

Cosa prevede il canale preferenziale?

«Nel nostro piccolo mondo i bambini e i ragazzi neurodivergenti li conosciamo da tempo, sappiamo cosa chiedere e cosa no. Se innata e non artificiosa, la nostra capacità di relazionarsi permette loro di sentirsi a proprio agio, al sicuro. Quando si presenta un ragazzo più timoroso, perché ha imparato a non dare eccessiva fiducia al primo che passa, cerchiamo di assecondare le sue richieste, qualunque esse siano. Certo, non siamo visti come minaccia ma per riuscire a sollevare la corazza difensiva rivolgiamo loro domande personali, allentando la tensione».

«Ci sono anche 40enni intimoriti perché cresciuti in un ambiente familiare povero di stimoli socio-relazionali. Il nostro compito è evitare un atteggiamento di contrapposizione e domande complesse, perché potrebbero spingerli a ritrarsi. Si tratta di un gioco di equilibrio: l'input è far sì che non si crei in loro uno stato d'ansia. Lasciamo la postazione del "banco", ci avviciniamo come fossimo amici o parenti e chiediamo loro "Ciao, come stai, com'è andata la giornata?" per farli sentire accolti».

Chiedete un preavviso ai genitori?

«Alcuni di loro ci anticipano l'arrivo dei figli per il ritiro dei farmaci, altri sono muniti di bigliettino. Capita di domandare: "ma la mamma, il papà, ti ha dato un foglietto?". Se non sono in grado di dirci "ho la ricetta", "mi serve la tessera", "mi serve l'aspirina" cerchiamo di fare in modo che esternino il loro bisogno».

Come è cambiata la percezione sociale negli anni?

«La maggiore sensibilità ha attutito gli spigoli di coloro che rifiutavano di accettare la disabilità e la divergenza cognitiva. Prima non venivano considerati, venivano lasciati a se stessi oppure ai margini. Ora è stata sdoganata la vergogna che un tempo era stabile in famiglia. I nuclei familiari in cui crescono bambini neurodivergenti li aiutano a non sentirsi esclusi, supportati da strutture ed organizzazioni che offrono la possibilità di inserirsi nel mondo comunitario e professionale».

«Anni fa un bambino neurodivergente sarebbe stato costretto a restare in casa, nascosto dallo sguardo altrui. Vediamo ancora casi in cui persone adulte non escono dalla propria abitazione, perché abituate a vedere i genitori, ora anziani, recarsi al supermercato o in farmacia. Si tratta di poca conoscenza medica e di paura, per questo interveniamo con gli strumenti a nostra disposizione».

Come reagiscono i clienti, specie i frettolosi?

«Abbiamo la fortuna di avere una clientela comprensiva, corretta e accondiscendente. La nostra è una realtà locale e l'utenza, formata dal "vecchio paese" quanto dalle nuove famiglie residenti a Romarzollo, non ha mai dato luogo a conflitti. Anzi, trovo sia un vantaggio vedere come un ragazzo neurodivergente si relaziona, perché consente di comprendere situazioni e necessità variegate, finendo con l'avvicinarsi al ragazzo stesso e conversare».

«Si instaurano sintonie uniche. Ciascuno di noi si confronta con disabilità o neurodivergenze nel corso della vita. In farmacia abbiamo imparato sul campo, facendo tesoro dell'esperienza per valorizzare la comunità che abitiamo. La nostra scelta è dedicare tempo alle persone. Anche solo due parole, senza acquistare alcun prodotto o farmaco. Non possiamo risolvere i problemi ma cerchiamo di tendere le nostre mani».

Il video. Il docufilm dell'associazione I Lari, che racconta il valore del caregiving informale (il supporto di genitori e parenti a chi ha delle difficoltà) è in corso di completamento. Si intitola "In che senso come sto? Il bello del prendersi cura". Regista e videomaker Giambattista Pesarini, coordinatrice Francesca Tricarico, e poi drammaturgia di Jennifer Miller (Alla Ribalta) e la consulenza ai testi di Edoardo Parodi. Sarà completato per l'estate:

Se volete partecipare dovete contattare l'associazione all'indirizzo email: info@associazioneilari.it. Se invece volete effettuare delle donazioni a sostegno dell'organizzazione sociale: PayPal.me/associazioneilari o visita la pagina web www.associazioneilari.it

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