STORO. Acqua bene comune? Certo che sì. Nel basso Chiese, nella zona di Storo, c'è un problemuccio: sono state trovate sostanze inquinanti. Per dirla con i termini giusti, si tratta di Pfas (sostanze perfluoroalchiliche) e Pfos (acido PerFluoroOttanSolfonico). Poca roba, però c'è. E ad inquietare c'è un'altra questione: la mancanza di certezze sulla provenienza.

Forse la zona industriale di Condino, per il passato, non per il presente.

Un'alta concentrazione di queste sostanze si trova nel Veneto, fra Vicenza e Padova, nel distretto delle industrie trasformatrici di pellami. Ma non è questo il caso della valle del Chiese, dove non si ricordano aziende di questo tipo.

Sta di fatto che l'Amministrazione comunale di Storo ha colto la palla al balzo per pensare ad una ristrutturazione radicale della propria rete degli acquedotti. In questo modo eviterà di pescare dal pozzo inaugurato molti decenni or sono, che allora sembrava il toccasana per risolvere i problemi di carenza d'acqua, tuttavia (vista la situazione) sta mostrando qualche limite.

Ma andiamo con ordine partendo dai Pfas e da un'interrogazione del consigliere provinciale (storese della frazione Darzo) Alex Marini. Anzi partendo dalla risposta del vicepresidente ed assessore all'ambiente della Provincia Mario Tonina.«I risultati del monitoraggio semestrale delle acque sotterranee della piana di Storo, programmato e condotto nel 2021 da APPA su 15 punti di campionamento in collaborazione con il Servizio geologico provinciale», scrive Tonina, «mostrano concentrazioni di PFOS in calo rispetto al 2020 e paragonabili ai valori modesti del 2019. Pertanto la perturbazione permane sostanzialmente stazionaria; sono state inoltre condotte analisi una tantum su altri punti di campionamento estemporaneo con prelievo da quote più profonde, riscontrando un'assenza di contaminazione delle acque sottostanti i livelli consueti di estrazione. Non è stato ancora possibile - conferma l'assessore - stabilire la fonte esatta della contaminazione: a tal fine serviranno le analisi sui terreni ottenute con specifici carotaggi i cui lavori saranno messi prossimamente a gara da APAC (Agenzia provinciale per gli appalti e i contratti, ndr). I risultati di dette analisi si avranno presumibilmente a inizio 2022».

Però Tonina tiene a sottolineare l'attenzione della Provincia sul tema, anticipando «la prosecuzione dei sondaggi atti a ottenere ulteriori informazioni, complementari a quelle già in possesso e necessarie al completamento dello studio: a tal fine si intende estendere l'attuale scadenza dell'accordo di studio tra APPA (Agenzia provinciale protezione dell'ambiente, ndr) e l'Università, fissata a giugno 2022, di almeno sei mesi».

Sì, perché va ricordato che la Provincia ha affidato, oltre che alla propria Agenzia, all'Università di Trento lo studio della situazione.

E la messa in rete degli acquedotti dei Comuni di Storo, Bondone e Bagolino annunciata dall'Amministrazione comunale del sindaco Nicola Zontini per un costo di due milioni e 700.000 euro? «Fa parte dei progetti di razionalizzazione e di messa in sicurezza degli acquedotti idropotabili trentini», assicura il vicepresidente della Giunta provinciale, che però non fornisce notizie certe, anzi, si mantiene sul prudente. Si potrebbe dire sul freddino. «È certamente una delle tipologie di intervento meritevoli di supporto provinciale», scandisce. E poi: «Una volta ultimato e presentato, ne verranno valutati gli strumenti di finanziamento più idonei». Come dire? Calma e vediamo.