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SÈN JAN. D'estate Bepo de Medil era solito portare le mucche a pascolare qui, ai piedi del gruppo del Catinaccio, dove possedeva una baita che utilizzava come punto d'appoggio per l'alpeggio. Un paradiso che, pensò lui, valeva la pena mostrare anche ad altri. Anche perché in quegli anni a cavallo tra Otto e Novecento cominciavano ad arrivare turisti inglesi e tedeschi, per studiare la Dolomia e aprire vie alpinistiche.
Nacque così, nel 1902, la storia del Rifugio Gardeccia (1.949 metri di altitudine), oggi una delle strutture più rinomate in val di Fassa e non solo, punto di partenza per trekking e arrampicate. Un rifugio di proprietà privata che ha una particolarità: dalla sua apertura è sempre appartenuto alla famiglia Desilvestro.
Dallo scorso autunno la gestione è passata ai fratelli Simone, 25 anni, e Giuseppe, 22, originari di Muncion, frazione di San Giovanni di Fassa. Bepo de Medil era il loro bisnonno. In mezzo, il Gardeccia è stato portato avanti da nonno Doro e nonna Maria (dalla metà degli anni '50) e, successivamente, da Mario e Marco, rispettivamente papà e zio degli attuali gestori. Con Simone e Giuseppe, sono salite a quattro le generazioni di Desilvestro al rifugio.
Simone, Giuseppe, cosa vi ha spinti a prendere in mano l'attività?
«Per noi è un onore poter continuare la tradizione di famiglia. Siamo cresciuti qui, ai piedi del Catinaccio. Poi abbiamo iniziato a collaborare nel rifugio e, dallo scorso ottobre, quando lo zio è andato in pensione, abbiamo ereditato la gestione».
Pur essendo un rifugio raggiungibile comodamente in funivia, dotato di acquedotto e corrente elettrica, le difficoltà logistiche non mancano. Quali sono?
«Innanzitutto bisogna conoscere il territorio, i sentieri, le vie di arrampicata. È necessario avere delle basi di primo soccorso: se qualcuno sta male, dobbiamo essere noi ad intervenire, perché l'ambulanza non arriva subito. Siamo entrambi pompieri del corpo di Pozza di Fassa, la nostra famiglia è impegnata con la Croce Rossa, dunque sappiamo come fare».
E poi, quale altre sono le criticità di vivere in alta quota?
«Lo smaltimento dei rifiuti, che dobbiamo fare noi. E poi le relazioni con alcuni clienti».
In che senso?
«Sono sempre di più coloro che pensano di essere in città. Rispetto al passato, è cambiato il tipo di cliente. Tanti non sanno come comportarsi in montagna e sottovalutano i rischi, presentandosi in ciabatte».
Voi come vi comportate, in questi casi?
«Proviamo a far capire loro come ci si comporta, ma spesso i nostri consigli non vengono ascoltati. C'è chi va a fare sentieri e passi anche se sono interdetti».
Come è strutturato il Rifugio Gardeccia?
«Abbiamo bar, ristorante e 20 camere, per un massimo di 42 posti letto. Siamo aperti l'estate, i weekend di ottobre e novembre e d'inverno fino a Pasqua».
Come sta andando la vostra prima stagione da gestori?
«Stiamo lavorando molto bene. A giugno nelle città c'era il caldo torrido, tanti sono scappati da noi al fresco. Anche a luglio e questo inizio di agosto non possiamo certo lamentarci. Questi sono i mesi della clientela italiana, ma riceviamo anche molti tedeschi, danesi e dal nord Europa. Si sono visti turisti spagnoli, una rarità, e stanno arrivando turisti dalla Cina e dal resto dell'oriente».


