TRENTO. Era stato condannato dal tribunale di Trento a due anni per violenza sessuale (aggravata dalla minore età della vittima) per aver palpeggiato una collega, all'epoca dei fatti sedicenne, con la quale lavorava in un albergo della Val di Fiemme. Ora, la Corte d'Appello, ha confermato, di fatto, la sentenza di primo grado, scontando di 4 mesi la pena del 43enne.

Come chiesto dalla procura generale, all'imputato sono state concesse le attenuanti generiche, mentre la difesa, rappresentata dagli avvocati Luca Ferazzoli ed Eros Uguccioni, ha chiesto l'assoluzione, ritenendo - a loro detta - che nel racconto della minore ci fossero delle contraddizioni e che, alla luce di questo, non potesse essere credibile.

Tuttavia, la tesi difensiva non ha convinto la Corte che, in secondo grado ha ridefinitao la pena in un anno e otto mesi. Inoltre è stato confermato anche il risarcimento pari a 4mila euro di danni a favore della vittima che si è costituita parte civile nel procedimento.

I fatti risalgono all'estate del 2021: l'uomo era stato assunto come stagionale dall'albergo trentino, come accadeva da almeno cinque anni. Il rapporto di fiducia tra i datori di lavoro e l'allora trentottenne era consolidato, con soddisfazione di entrambe le parti: le sue mansioni erano quelle di lavapiatti e manutentore. In quell'estate era stata chiamata a lavorare per la prima volta in albergo anche la sedicenne, che era stata destinata al servizio in sala.

La sua esperienza nella struttura era stata breve: a fine agosto aveva lasciato l'impiego dopo aver subito la violenza, raccontando poi ai familiari quello che era accaduto. La giovanissima, stando a quanto aveva poi riferito anche ai carabinieri della compagnia di Cavalese che avevano curato le indagini, il giorno prima di lasciare l'albergo sarebbe stata avvicinata dal quarantenne che, nei pressi del bancone del bar dell'hotel, l'avrebbe palpeggiata. Una condotta inaccettabile che avrebbe portato la lavoratrice a lasciare subito il lavoro. Ne era seguita la denuncia, da parte della famiglia della giovane, con la procura del capoluogo che aveva coordinato le indagini.