LEDRO. Una mattina di settembre a Malga Guì, tra i boschi di Concei, un maiale di 180 kg svanisce senza lasciare traccia. Il proprietario di Napoleone, il malgaro Alfio Tironi, è convinto che sia stato l'orso a farlo sparire ma, quando persino lui scompare, il caso scuote la valle di Ledro. Spetterà al maresciallo Angelo Penser capire cosa sia successo. E lo farà attraverso il suo taccuino filosofico, la fisica teorica e il teatro elisabettiano, poiché l'indagine farà vacillare le certezze della comunità, tra i principi degli attivisti ambientali ed i segreti di qualche dipendente comunale.

Questo e tanto altro racchiude il breve ma appassionante giallo "L'orso di Shakespeare", primo romanzo di Steve Penner. Gestore del campeggio di famiglia a Pieve, Penner ha 41 anni e, da sempre, è appassionato di letteratura e teatro; ha recitato in diversi spettacoli, scritto poesie e monologhi. Allo stand F47 del padiglione 2, con la casa editrice trentina "Edizioni del Faro", anche le sue pagine respireranno l'atmosfera del "Salone del Libro di Torino", fino al 18 maggio. Le prime presentazioni locali si terranno invece il 6 giugno alla libreria Arcadia di Rovereto e il 13 giugno in biblioteca a Bezzecca.

Steve, dove nasce il tuo stile narrativo?

«Sono un grande fan di Marco Malvaldi ed Antonio Manzini. Ho trovato però ispirazione anche nelle letture di mia moglie, insegnante, e di mia suocera, giallista incallita. I frammenti di storia ledrense affondano invece le radici nelle memorie di mio zio Angelo, 93enne lucidissimo, e di mia zia Rita. Le varie tematiche trattate hanno comune denominatore nella vita di paese: amo Ledro e non riuscirei a vivere in nessun altro posto».

Per questo i nomi dei personaggi scelti richiamano identità reali?

«L'assonanza dei nomi è sì un tributo a ledrensi vivi e vegeti che li portano, ma non rispecchiano le loro attitudini. Sono il frutto del mix fantasioso di più aspetti caratteriali delle genti locali. Sono come dei figli, ecco: somigliano a più persone, genitori e parenti, ma sono unici».

Ed i luoghi citati?

«Sono tutti esistenti, chi vive a Ledro li conosce benissimo. Amo la val Concei e ricordo bene quando, un giorno, giunsi a malga Guì e mi spaventai alla vista di alcuni maiali liberi nei prati. Da lì, ho cominciato a riflettere e leggere molto sul benessere animale. Certo, in valle gli animali vivono ancora una vita dignitosa, ma sappiamo bene cosa accade negli allevamenti intensivi. Il romanzo non vuole puntare il dito, ma dare più punti d'osservazione ed incentivare dei cambiamenti socio-culturali».

Emerge uno sfondo culturale non indifferente: perché Shakespeare?

«Tempo fa, scoprii che Shakespeare era solito attirare gli spettatori paventando la presenza in teatro di un orso. Che fosse un vero plantigrado o un uomo in costume non è dato saperlo, ma aiutava a fare cassetto. Se anche il più grande drammaturgo occidentale ha utilizzato un escamotage per avvicinare il ceto popolare alla cultura più aulica, dovremmo, oggi, avere lo stesso obiettivo. Non a caso si possono leggere i Simpson come un cartone divertente o come un susseguirsi di citazioni storiche e filosofiche».

Angelo Penser, maresciallo sui generis, incarna tale aspirazione?

«Sì, il suo personaggio nasce dalla mia passione per il teatro. A Ledro, da bambino; a Trento, da adolescente; a Bologna, da ventenne. Oggi faccio teatro con Carolina De La Calle Casanova ma, fino a novembre 2024, il mio maestro era Enrico Tavernini».

A lui, infatti, hai dedicato il romanzo.

«Enrico era una persona strepitosa, oltre ad essere un sagace regista ed attore. Sapeva mettere chiunque a proprio agio. Ti vedeva nell'anima ed era di una poesia e di una dolcezza estrema. La malattia mi ha portato via un padre, un fratello, per me ma per tutti coloro che hanno seguito i suoi corsi. Grazie a lui ho approfondito Shakespeare ed Eugène Ionesco. Quel sentimento di comicità assurda sa svelare l'inconscio dell'essere umano. La "magia taverninica" accompagna ogni giorno della mia vita. Alle mie figlie dico sempre di fare il meglio che possono, senza pensare al risultato, poi c'è sempre un po' di magia taverninica nell'aria. E, come mi ha insegnato Enrico, bisogna prendere il sole finché c'è».