BOLZANO. Un infarto non riconosciuto in tempo, nel 2016, costò la vita a una donna altoatesina di 60 anni che altrimenti, con una diagnosi e un trattamento tempestivi, avrebbe avuto circa «il 70% di probabilità di sopravvivere». Una sentenza del giudice del Tribunale di Bolzano, Morris Recla, ha condannato l'Azienda sanitaria locale a pagare un milione di euro (972mila per la precisione, più 30mila di spese legali) alla famiglia della vittima.

Parliamo di un risarcimento record al termine di una battaglia giudiziaria durata nove anni e conclusa ora con una sentenza nel frattempo diventata definitiva, perché non impugnata dall'Asl. Ma partiamo dal principio. Sono le 17.32 dell'8 luglio 2016 quando la vittima di questa vicenda si presenta all'ospedale San Maurizio con sintomi quali vomito, diarrea, sudorazione, ipotensione. Non lamenta il classico dolore toracico, ma presenta un quadro clinico che, soprattutto in una donna, è compatibile con un infarto "atipico", secondo gli esperti che hanno svolto le successive perizie.

Viene eseguito subito un elettrocardiogramma, alle 18.06, che mostra già segni evidenti di infarto miocardico acuto. Nonostante ciò, l'Ecg non viene correttamente interpretato, non viene formulata la diagnosi e non viene attivato il percorso d'urgenza cardiologica.

La paziente resta in Pronto soccorso con una gestione «attendista e inadeguata», per i periti del giudice, mentre le sue condizioni iniziano a peggiorare. Nel corso delle ore successive - come ricostruito dall'ordinanza del Tribunale - la pressione resta instabile, compaiono segni di grave compromissione cardiaca, si sviluppa progressivamente uno shock cardiogeno (il cuore non riesce più a pompare sangue in modo sufficiente).

Vengono eseguiti altri Ecg che confermano il quadro infartuale, ma anche questi non portano ad un intervento tempestivo da parte dei medici. Solo alle 21.49, quindi oltre tre ore dopo l'arrivo in pronto soccorso, la donna viene finalmente trasferita in Cardiologia. L'angiografia e l'angioplastica coronarica (con posizionamento di stent) iniziano quando il danno al muscolo cardiaco è ormai esteso.«I risultati migliori, sia in termini di salvataggio di miocardio a rischio che di riduzione di mortalità, si ottengono quando l'angioplastica viene eseguita entro i 60 ed i 120 minuti dall'esordio della sintomatologia», riportano i consulenti. La paziente non si riprende.

La donna muore alle 23.30 dello stesso giorno, l'8 luglio 2016, sei ore dopo l'arrivo al pronto soccorso. Il coniuge e i figli della donna agiscono in sede civile contro la struttura sanitaria, chiedendo il risarcimento dei danni. Vengono svolte consulenze tecniche in sede penale, in sede civile appunto e un accertamento tecnico preventivo.Tutti i consulenti concordano su alcuni punti fondamentali: l'infarto era diagnosticabile già dal primo Ecg, il quadro clinico imponeva un intervento immediato, il ritardo diagnostico e terapeutico è stato «grave e ingiustificato».

La sentenza arriva dopo nove anni di consulenze, testimonianze, perizie: il giudice Recla accerta le gravi inadempienze sanitarie. In pratica non si può dire con certezza che la donna si sarebbe salvata, ma è certo che le è stata tolta una concreta e rilevante possibilità di farcela. Il giudice ritiene l'Azienda sanitaria locale «responsabile dei fatti sopra descritti, integranti ipotesi di malpractice (negligenza, ndr) medica».

Al coniuge della vittima vanno 217mila euro, ai quattro figli cifre che variano tra i 174 e il 218 mila euro. Per un totale di 972mila euro.