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MARMOLADA. Un anno fa il rifugio Pian dei Fiacconi (fortunatamente deserto) venne sommerso da una grande valanga che si staccò dal versante trentino della Marmolada. L'edificio a 2626 metri di altitudine sopra il Fedaia venne per metà distrutto (nelle foto come si presenta ancora oggi) e per l'altra metà si decise la demolizione, vista la gravità dei danneggiamenti.
Dodici mesi dopo il disastro le macerie sono ancora ai piedi di Punta Penia e colui che da vent'anni ne è proprietario, Guido Trevisan, attende ancora una risposta.
La sua vita dopo il grande trauma è ripartita, ha lasciato la Marmolada per il Lagorai, dove dalla scorsa estate ha cominciato a gestire il rifugio Caldenave, ma il silenzio delle istituzioni sul Pian dei Fiacconi lo sta ancora turbando.
«A distanza di un anno non posso che denunciare quello che sta succedendo, cioè niente» dice sconsolat Trevisan. «Provo una grande delusione per non aver ancora ricevuto le risposte ad una catastrofe così grande».
Tutto ruota attorno alla possibilità di dichiarare lo stato di calamità naturale per l'evento valanghivo che ha distrutto il rifugio. O, per lo meno, ricevere una risposta a riguardo.
Trevisan racconta la sua versione dei fatti. «Dopo la valanga assieme al sindaco di Canazei Giuseppe Bernard siamo stati un paio di volte a Trento in Provincia dove abbiamo incontrato l'assessore all'ambiente Mario Tonina, il dirigente generale Roberto Andreatta e il consigliere ladino Luca Guglielmi per parlare del futuro del rifugio. Si ipotizzò anche la nuova costruzione: non nello stesso luogo, martoriato da valanghe nell'ultimo secolo, ma duecento metri più sotto, a Col de Bous». Trevisan nel frattempo si è mosso anche su un altro fronte, quello dell'indennizzo economico del danno e dell'eventuale dichiarazione di calamità naturale. «A fine settembre ho chiesto al dirigente della protezione civile Raffaele De Col se ci fosse la possibilità di proclamare lo stato di calamità naturale, visto che gli eventi di quei giorni (il maltempo nel dicembre 2020 causò diversi danni in giro per il Trentino, ndr) potrebbero essere assimilati alla tempesta Vaia e all'alluvione del 1966. Ad oggi non ho ancora avuto nessuna risposta. Non chiedo aiuti o favori, ma di sapere se ho questo diritto oppure no e in caso di risposta negativa vorrei conoscerne le ragioni».
Conclusa la stagione estiva Trevisan e alcuni suoi amici hanno ripulito i dintorni del Pian dei Fiacconi, smaltendo il materiale e portando a valle i rifiuti, ma le rovine cadute sotto i colpi della valanga sono ancora lì ferme, come le domande sul futuro del rifugio.
«Quando era successa la catastrofe sembrava che tutti avessero a cuore il rifugio, ma oggi non so ancora nulla. Nel rifugio ci ho vissuto per quaranta stagioni, estati e inverni, dal 2001 all'anno scorso, e spero un giorno di poterci tornare».
Il presente per ora è nel Lagorai. Guido è giunto qui in estate, in una conca verde di pascoli, a malga Caldenave, dove ci sono 22 posti letto distribuiti in cinque stanze e un ristorante dove ricevere famiglie, bambini e alpinisti. «Ho ricevuto un'accoglienza meravigliosa dalla gente del posto e dall'amministrazione comunale, gli affari in estate sono andati bene».
Se Guido Trevisan ha saputo ripartire lo deve anche alla solidarietà di tante persone. «La cosa più bella dopo la valanga è stato l'incredibile calore di chi mi ha aiutato a tirarmi fuori da un grosso problema, soprattutto economico. Parlo del Soccorso alpino nazionale e delle centinaia di persone che hanno contribuito alla raccolta fondi aperta in mio favore, che mi ha permesso di estinguere i due mutui che avevo sul rifugio e ripartire con la vita». Lo stesso destino che, si augurano skialper e alpinisti, toccherà al Pian dei Fiacconi.


