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TRENTO. Dopo Vaia, ora il nemico dei boschi è il bostrico, il coleottero presente naturalmente nei boschi di abete rosso dell'arco alpino che ha trovato terreno fertile dopo gli schianti di Vaia. Oggi in tanti boschi si individuano gli alberi malati: in molti casi sono rimasti in piedi e non sono stati danneggiati dalla tempesta, ma l'aggressione del bostrico non lascia scampo. E gli esperti sono divisi, fra ottimisti e pessimisti.
In Val Cadino, Val di Fiemme, ad esempio, diversi esemplari risparmiati dai giorni terribili di fine ottobre 2019 dovranno essere sacrificati. Spiega Giovanni Giovannini, responsabile del Servizio Foreste e Fauna della Provincia: «Nel Piano d'Azione del dopo Vaia avevamo previsto la diffusione del bostrico. Ci eravamo infatti confrontati con alcuni esperti di zone già battute da eventi meteo importanti».
E il risultato qual è la stato?
La conferma della correlazione tra il crollo del legname a terra e l'aumento del bostrico.
Ma il bostrico da dove arriva?
È endemico del nostro bosco: è un regolatore che attacca le piante più deboli e che, in condizioni di boschi particolarmente in difficoltà, si sviluppa sempre di più. La pianta sana riesce a difendersi, le altre no.
Come si può limitare l'espansione?
È importante togliere il legname a terra: ormai lo abbiamo fatto nella misura dell'ottanta per cento. Abbiamo limitato i danni ma l'arrivo del bostrico era inevitabile: per fortuna le condizioni climatiche hanno fermato un'esplosione ulteriore. Diciamo che il bostrico sta facendo il suo lavoro: il fenomeno è destinato a scendere tra tre o quattro anni, per poi stabilizzarsi.
Qual è il vostro lavoro per contrastare la diffusione?
Abbiamo già parlato del recupero del legname a terra. Oltre a questo diventa fondamentale individuare le aree colpite ed esboscare il materiale. È necessario capire dove la presenza del bostrico è endemica e dove invece è epidemica. Ricordiamoci che non sempre bisogna tagliare le piante: in boschi coetanei adulti o maturi con chiome raccolte in alto, l'asportazione delle piante bostricate può esporre nuovi margini al sole, indebolendo le piante e facilitando l'espansione dell'attacco.
E quando il danno è epidemico bisogna intervenire al più presto?
Se il danno è epidemico in una superficie ampia bisogna intervenire: si deve esboscare, anche per salvaguardare il valore economico del legname. Va fatto un lavoro chirurgico, caso per caso, dopo aver capito davvero se il nostro intervento non rischia di avere conseguenze negative.
Non è così ottimista Massimo Ioriatti, presidente dell’Asuc di Faida di Pinè; vorrebbe essere solo positivo, nel giorno in cui si ripiantano 500 larici (con altri 500 prossimi all’arrivo) in una delle aree gestite dal Comitato da lui guidato, sopra Malga Regnana. Ma le buone intenzioni fanno a pugni con la realtà. E la sua “profezia” non è felice: «Rischiamo di avere un 2026, anno delle Olimpiadi, senza alberi», dice, guardando il versante opposto a malga Regnana, dove stanno prendendo piede macchie di un brutto colore .
L’Asuc di Faida è una delle dieci pinetane ad amministrare le proprietà collettive dell’altopiano: ha 282 ettari da gestire. «La tempesta ci ha portato via 14 mila metri cubi di bosco, ma il bostrico ne mieterà altrettanti».
La parte tra malga Regnana e la strada provinciale è stata riseminata quest’anno dall’Asuc a prato: «Qui 1.500 metri cubi sono stati subito venduti, e portati via, perché volevamo mettere al sicuro la strada e ridare a chi viene una bella immagine».
Il pascolo dunque piglierà il posto del bosco, mentre nel versante superiore, dove oggi si piantano i larici, il legname abbattuto è stato venduto a un’azienda locale, la ditta Bernardi, che ha talmente tanto lavoro da non essere riuscita ancora a intervenire.
Già traboccano, i piazzali di deposito legname messi a disposizione di tutte le Asuc, anche della valle dei Mocheni, dalla Provincia che li aveva realizzati vent’anni fa. Ma rischiano di non essere sufficienti. «Anche qui, sul versante della Regnana, dove ci sono ancora 3.000 metri cubi da recuperare, purtroppo sta arrivando il bostrico, mentre sul versante opposto abbiamo già tagliato piante intaccate dal parassita, ma ce ne sono molte ancora in piedi».
«La zona bassa di Faida - prosegue il presidente, è già tutta compromessa»: salendo dalla strada provinciale che unisce Canzolino a Montagnaga, e girando a destra alla località Riposo, si vede fin troppo bene: «Ci sono varie macchie, strisce, ma per andare a recuperare gli alberi ammalati lì, bisognerà tagliare anche la parte ora verde, sicuramente non più sana. La previsione era che il bostrico sarebbe stato presente per tre anni dopo Vaia. Invece ora si parla di altri tre. Ma fra tre anni io vedo una montagna nuda, senza più i vecchi alberi».
L’ottimismo del cuore non può nulla contro il pessimismo della ragione: «È come accendere una miccia: come tagli, il bostrico riparte. Si cerca di lavorare il meglio che si può, di asportare tutto, ma rimane sempre a terra un cimale, un ramo, qualcosa, e da lì il parassita si propaga ancor di più».
Come accaduto quest’anno: «Non c’è nulla di scientifico - mette avanti le mani il presidente - ma, quando abbiamo prelevato 3.000 metri cubi di legname intaccato, abbiamo tagliato 10 metri in più di bosco dall’ultima pianta chiaramente bostricata per sicurezza. Come abbiamo portato via il legname, il parassita è partito sull’intera rampa rimasta in piedi».
Cosa serve perché la previsione non si avveri, lo dicono in diversi: primo, tanti più operai forestali di quanti non ne siano stati mai assunti per tagliare e ripulire a più non posso i boschi infestati; secondo, siano gelate precoci, unica arma immediata contro il piccolo parassita che rischia di fare più danni della tempesta di tre anni fa.


