Lo studio

Lo sci in Trentino: tra crisi climatica e accanimento

Report di Legambiente: in provincia - 67% di neve, ma record di bacini. Il dossier “Nevediversa 2026 ” fotografa una montagna in bilico, mentre è polemica tra l’assessore Failoni e gli ambientalisti sui finanziamenti pubblici degli impianti

di Fabrizio Franchi

TRENTO. C'era una volta la "settimana bianca", fatta di soffici cumuli di neve naturale, guance rosse e del silenzio ovattato dei boschi. Oggi, sfogliando il dossier Nevediversa 2026 di Legambiente di 360 pagine, uscito in questi giorni, quel racconto sembra quasi una fiaba d'altri tempi. La realtà che emergerebbe, secondo gli ambientalisti, sarebbe ben diversa: una montagna che oscilla tra il ruggine del ferro vecchio e l'azzurro artificiale dei bacini idrici, sospesa tra un passato che non torna e un futuro che stenta a decollare.

La crisi non colpisce solo le piccole stazioni appenniniche, già in gravi difficoltà, ma anche il Trentino. All'inizio della stagione 2025-2026, il bacino dell'Adige ha registrato un deficit di neve naturale del -67%. In questo scenario, la creatività non ha limiti. Sul Monte Bondone, per non deludere i tour operator durante il ponte dell'Immacolata, si è arrivati a trasportare la neve artificiale con l'elicottero: 40 viaggi e 4 ore di volo per coprire appena metà delle piste. Un progresso che mette in difficoltà la sostenibilità del modello attuale.

Ma il Trentino detiene anche un altro primato: quello della stazione sciistica più bassa d'Italia, Bolbeno, che insieme alla Panarotta Legambiente indica come gli impianti per cui c'è "accanimento terapeutico", quindi stazioni morenti. A Bolbeno, tra i 573 e i 663 metri di quota, si scia grazie a un investimento di oltre 6 milioni di euro di soldi pubblici per ammodernare piste e cannoni. Un caso da manuale di quello che Legambiente definisce «accanimento terapeutico»: impianti che sopravvivono solo grazie a iniezioni costanti di denaro pubblico e tecnologia, sfidando leggi della fisica e del clima. Accuse che l'assessore provinciale leghista, Roberto Failoni, ha bollato come «strumentali» (vedi intervista sotto).

A livello nazionale, la mappa degli impianti è un bollettino di guerra climatica. Si contano 273 impianti dismessi (+8 rispetto allo scorso anno) e 106 chiusi temporaneamente. Eppure, il 90% dei fondi pubblici per il turismo montano finisce ancora lì, nel "sistema neve", lasciando solo le briciole alla riconversione green. Per far scivolare gli sci, serve l'acqua. Tanta acqua. I 169 bacini artificiali censiti in Italia accumulano un volume idrico impressionante: come se impilassimo 35 grattacieli alti 300 metri l'uno sull'altro. Grosso modo il Trentino Alto Adige, che ha il numero maggiore di bacini - 61 - è come se avesse una decina di questi ipotetici grattacieli d'acqua. In Lombardia, il nuovo bacino di Livigno (uno dei più grandi d'Europa) è costato 21,7 milioni di euro di soldi pubblici, rimodellando per sempre il profilo del Monte Sponda. Sullo sfondo, le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 accendono i riflettori su costi e contraddizioni. Da "Olimpiadi a costo zero", il piano opere ha superato i 3,6 miliardi di euro. Vedremo in futuro la "legacy" come amano dire gli esterofili, ovvero l'eredità.

Non tutto però è grigio. Il dossier segnala esempi di chi ha deciso di cambiare rotta. A Garessio 2000, in Piemonte, si è scelto di rinunciare al mega invaso per l'innevamento artificiale, puntando invece su una stazione fruibile tutto l'anno, anche in estate e per persone con disabilità. È la dimostrazione che la montagna può essere altro: un luogo di turismo lento, smart working d'alta quota.I dirigenti di Legambiente difendono il loro lavoro. Dice Andrea Pugliese, presidente del circolo di Trento: «Per quanto riguarda la Panarotta per fortuna è stato tolto il progetto del bacino. Se si riesce ad usare la Panarotta per le famiglie, quando c'è la neve, è un progetto che si può fare, ragionevole».

Per Pugliese lo sci alpino ha enormi difficoltà: «Il modello di successo degli ultimi 50 anni è passato, bisogna pensare a un modello diverso della montagna che si basi anche su altro e non solo sullo sci, che è senza futuro, con i costi che ormai esplodono. Il futuro si prospetta con sempre meno neve . C'è ancora domanda e le stazioni chiudono in attivo, ma perché i prezzi sono sempre più alti per clientele selezionate che si possono permettere prezzi molto alti. Può funzionare per un po', ma la prospettiva non è rosea».

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