TRENTO. Prosegue l’inchiesta sulla «fabbrica» dei tamponi falsi, che secondo l’accusa era stata messa in piedi dall’infermiere Gabrielle Macinati, con la complicità della moglie e di tre collaboratori. Ora gli inquirenti si concentrano sui «clienti», che venivano registrati da Macinati che si segnava nomi, date e pagamenti, compresi i proventi illeciti.

Il libro è stato sequestrato, insieme ai 120 mila euro che erano il «tesoretto». Perché ogni cliente pagava ben mille euro. Ed uno è stato persino preso con le «mani nel sacco».

Come funzionava? Il cliente no vax si presentava all’ambulatorio di Pergine, o a quello nuovo di Trento e – questa l’accusa da provare – lasciava la busta di contanti per ottenere in pochi secondi un falso certificato di positività. In questo modo, passata la (falsa) quarantena, aveva il green pass come «guarito» senza mai avere avuto il Covid e senza mai vaccinarsi. E senza aver mai fatto il tampone.

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