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TRENTO. La consigliera provinciale del Partito Democratico Michela Calzà ha presentato un'interrogazione per chiedere alla Giunta provinciale di chiarire le motivazioni scientifiche, tecniche e sanitarie che hanno portato all'introduzione dell'arco tra gli strumenti autorizzati per il controllo dei cinghiali in Trentino. Secondo l'esponente dem, la decisione solleva interrogativi sulla reale necessità della misura e sui suoi effetti in termini di sicurezza e benessere animale.
«La delibera approvata – afferma Michela Calzà – ha suscitato un'ondata di critiche anche sulla stampa nazionale, con un evidente danno d'immagine per il Trentino. Al di là delle polemiche, è doveroso capire se questa scelta sia supportata da dati, evidenze scientifiche e reali esigenze di gestione faunistica oppure se risponda semplicemente alle richieste di una parte del mondo venatorio».
Nell'interrogazione viene evidenziato che le linee guida di Ispra prevedono l'impiego dell'arco soltanto in situazioni particolari, come aree protette o contesti nei quali non è possibile utilizzare armi da fuoco, con distanze di tiro comprese tra 15 e 30 metri. Il regolamento provinciale autorizza invece tiri fino a 50 metri. Per questo Calzà chiede quali valutazioni tecniche e scientifiche abbiano giustificato l'estensione della distanza massima.
La consigliera richiama inoltre i dati diffusi dalla stessa Provincia sull'attività di controllo dei cinghiali. Dopo il picco di 997 abbattimenti registrato nel 2021, nel 2024 sono stati abbattuti 479 animali a fronte di oltre quattromila uscite, mentre a settembre 2025 gli abbattimenti risultavano 242. Numeri che, secondo l'esponente del Partito Democratico, non evidenzierebbero un incremento tale della popolazione da giustificare l'introduzione di un nuovo strumento di prelievo.
L'interrogazione affronta anche il tema del benessere animale. L'efficacia dell'arco, osserva Calzà, dipende dalla precisione del tiro e dalla capacità della freccia di colpire organi vitali. In caso di ferimento non letale, l'animale potrebbe rimanere cosciente, fuggire o reagire in modo imprevedibile, con il rischio di prolungarne la sofferenza e di creare situazioni di pericolo per gli operatori.
La disciplina provinciale prevede che, in caso di ferimento, venga avviata una ricerca dell'animale con l'impiego di cani riconosciuti idonei. Per questo la consigliera chiede quali procedure operative e misure di sicurezza siano previste, soprattutto durante gli interventi serali o notturni e nelle aree vicine ad abitazioni, strade e sentieri.
Con l'interrogazione, Michela Calzà chiede infine alla Giunta di chiarire i presupposti scientifici della decisione, le esperienze maturate in altre regioni, le ragioni della distanza massima di tiro di 50 metri, i dati più aggiornati sulla presenza dei cinghiali e gli effetti della nuova tecnica sia sul benessere animale sia sulla sicurezza delle persone.
«Quando si interviene sulla gestione della fauna selvatica – conclude Michela Calzà – le decisioni devono fondarsi su dati oggettivi, valutazioni scientifiche, sicurezza e tutela del benessere animale. È quindi necessario fare piena chiarezza su una scelta che, allo stato, appare più dettata dalla volontà di introdurre una nuova pratica venatoria che da una dimostrata necessità tecnica».


