CASTELLO TESINO. Un viaggio in Sicilia, 110 anni dopo, sulle tracce dei profughi di Castello Tesino, tra memoria, storia e tradizioni. Protagonista il Gruppo Folk di Castello Tesino e la sua presidente Aurora Dellamaria, per ricordare l’esodo del 1916 e rinnovare, attraverso il folklore, il legame con la terra che accolse numerose famiglie tesine durante la Prima guerra mondiale.

Un viaggio dal profondo valore storico, culturale e umano, uno dei momenti più importanti del progetto «110 anni dell’emigrazione castelazza in Sicilia: sulle tracce dei profughi castelazzi, tra memoria e folklore», un’iniziativa per ricordare le vicende di tante famiglie, circa 2mila persone, costrette ad abbandonare le proprie case e le montagne del Tesino per cercare rifugio in territori lontani. Tra le destinazioni vi fu Santa Flavia, nel Palermitano, con alcune famiglie accolte presso Villa Oliva, luogo che ancora oggi rappresenta una testimonianza concreta di quella vicenda e che costituirà la tappa più significativa del progetto. 

«Il viaggio, articolato su tre giornate – racconta Aurora Dellamaria – comprenderà anche la visita di Palermo e Cefalù, ma sarà tuttavia Santa Flavia a rappresentare il cuore dell’iniziativa. La nostra intenzione è quella di promuovere un incontro con la comunità locale e alcune realtà associative e folkloristiche siciliane, creando un momento di condivisione delle rispettive tradizioni, attraverso gli abiti tradizionali, la musica e la danza. Un’opportunità non soltanto per raccontare la storia e l’identità del Tesino, ma anche per costruire nuovi rapporti di amicizia e collaborazione, auspicando futuri scambi culturali».

Il viaggio si terrà dal 27 al 29 novembre. Nel 1916 i castelazzi partirono contro la propria volontà, lasciandosi alle spalle affetti, case e tradizioni, senza sapere quando avrebbero potuto fare ritorno: 212 profughi morirono lontano da casa e riposano tuttora nei cimiteri del resto d’Italia. Nel 2026 sarà invece il Gruppo Folkloristico a raggiungere volontariamente quella stessa terra, portando simbolicamente con sé ciò che allora i profughi furono costretti a lasciare: gli abiti tradizionali, le musiche, le danze e il senso di appartenenza alla comunità. 

«Per noi questa esperienza rappresenta qualcosa di più di una semplice trasferta culturale. È un modo per dare continuità alla memoria collettiva, avvicinare le nuove generazioni alla storia del proprio territorio e ricordare quanto le vicende del passato abbiano contribuito a costruire l’identità della comunità di oggi. Ritornare in Sicilia – conclude Aurora Dellamaria – significa, idealmente, chiudere un cerchio iniziato nel 1916: trasformare il ricordo dello sradicamento e della lontananza in un gesto di riconoscenza verso chi seppe offrire ospitalità in un momento tanto difficile». 

Il progetto vuole così lanciare un messaggio che supera i confini della rievocazione storica: ricordare il passato non significa soltanto conservarne la memoria, ma saperne raccogliere l’eredità, trasformandola in nuove occasioni di incontro, solidarietà e amicizia.