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BORGO VALSUGANA. Non c'è giustizia, spiegazione, consolazione: nella morte di un ragazzo di 27 anni, avvenuta per di più mentre svolgeva il lavoro che aveva scelto e che amava, c'è solo dolore. E mentre il sorriso aperto di Daniele Gremes, dalla foto posta sopra la sua bara chiara accompagnata da tre delicate corone di fiori, accoglieva le centinaia di persone che ieri pomeriggio hanno voluto salutarlo nella chiesa arcipretale di Borgo, neppure ci ha provato, don Roberto Ghetta, a cercare parole che forse sarebbero suonate vuote alle orecchie di Sara - che con lui aveva una vita da costruire -, di mamma Marilena, di papà Tiziano, del fratello Simone.
«Non ho parole di consolazione - ha ammesso nell'omelia il parroco di Borgo - ma vi invito ad affidarvi al Signore, come i tanti che prima di voi hanno vissuto questi momenti». Il momento, ieri, era di quelli in cui bisognava dire addio «a un giovane che troppo presto e ingiustamente se ne è andato». Ma c'è modo e modo di dare questo saluto e don Roberto ha scelto un inno alla vita, per farlo: «Pensando a Daniele, ricordiamo la sua voglia di vivere, i suoi progetti, le cose belle che ha vissuto e che si preparava a vivere. Come mai ci viene in mente la vita? Non ho risposte, ma noi siamo fatti per la vita e non accettiamo come naturale la morte. È qualcosa di grande, che ci è stato messo nel cuore. In epoche dove la morte di un giovane non era così rara, chi ci ha preceduto ha avuto lo stesso desiderio di riaffermare la vita. E qui - ha detto, indicando il crocifisso alle sue spalle - c'è un giovane morto a 33 anni a ricordarci che la sofferenza non è sempre figlia della colpa, anzi, e che noi siamo fatti per la vita».
Un'esistenza, quella di Daniele Gremes, troppo breve ma che ha dato tanto a chi l'ha conosciuto e gli ha voluto bene. Suo fratello Simone l'ha ricordato, salutandolo con innumerevoli grazie per tutto quello che gli ha insegnato: la fiducia, la tenacia, l'affidabilità, la bontà... «Ma forse le cose più importanti sono quelle che non ho potuto imparare, quelle che avresti ancora potuto insegnarmi», ha ammesso.
E a ricordare Daniele sono stati anche cinque suoi cari amici di infanzia, gli "stradinoti", i bambini cresciuti con lui in una stradina di Borgo, inventandosi giochi indimenticabili: «Abbiamo condiviso un piccolo mondo fatto di avventure, risate, giornate che porteremo sempre con noi. Qualunque idea ci venisse in mente eri pronto a esserci, partecipare, aiutare. Eri così, buono, disponibile, capace di entusiasmare, entusiasmarti e regalare un sorriso. Noi ti ricorderemo così e ci ricordiamo così insieme a te. Quella stradina ci ha visti crescere e ha creato un filo invisibile tra noi che il tempo, le distanze e neppure questo momento potranno spezzare».
«Ci piace pensare - hanno concluso - che ovunque tu sia porterai con te il tuo sorriso, la tua volontà e tutto il tuo amore. E forse da qualche parte ci sarà ancora una stradina e basterà un tuo richiamo per sapere che sei lì. Grazie Dani per esser stato una parte così bella della nostra infanzia e della nostra vita. Ti abbiamo voluto bene allora, ti vogliamo bene oggi, ti porteremo con noi per sempre».


