VALSUGANA. Una coppia nigeriana è in carcere, mentre i titolari di tre aziende della Valsugana sono denunciati: questo è il bilancio dell'ennesima indagine sul caporalato che fa emergere un lato nascosto e indegno del virtuoso mondo agricolo trentino. Nella vicenda emergerebbe una sorta di connivenza tra i cinque indagati: le singole posizioni sono tutte da chiarire, ma le contestazioni a vario titolo sono gravissime e vanno dallo sfruttamento dei lavoratori alla riduzione in schiavitù, dalla tratta di persone ai maltrattamenti con lesioni. Per il solo reato di riduzione in schiavitù, la legge prevede da 8 a 20 anni di reclusione.

Secondo l'accusa, in concorso e con ruoli differenti, dall'estate 2025 ad oggi, gli indagati avrebbero mantenuto in una condizione di soggezione diversi lavoratori stranieri, costringendoli a lavorare attraverso le violenze, le minacce e gli abusi di autorità, approfittando della loro situazione di vulnerabilità, del loro stato di necessità, nonché della inferiorità psichica e fisica. Gli stranieri arrivati in Italia, senza conoscere bene la lingua e le norme a loro tutela, erano in balìa della coppia dei connazionali. Costretti - secondo l'accusa - a vivere ed a lavorare in un «clima intimidatorio e oppressivo», non potevano disporre liberamente delle loro sostanze e della loro quotidianità.

In altre parole, erano come schiavi, costretti a dormire su materassi messi sul pavimento e senza coperte, privati dei documenti e delle schede telefoniche. Qualora si fossero ribellati, avrebbero dovuto pagare 13mila euro per la loro libertà: tale cifra era stata loro prospettata dal "capo" nigeriano quale vincolo di debito per il loro arrivo in Italia; in caso contrario avrebbero dovuto lavorare senza retribuzione per tre anni.

Marito e moglie nigeriani, entrambi trentenni, sono stati arrestati nei giorni scorsi. Secondo l'accusa l'uomo avrebbe reclutato la manodopera in Nigeria grazie ad un soggetto sul posto, occupandosi anche del viaggio in Italia, dei contatti con i datori di lavoro, dei documenti per ottenere i visti ed i permessi di soggiorno. Sarebbe stato lui a gestire i lavoratori, dando loro indicazioni su cosa fare giorno per giorno, anche mediante violenza e minacce.

Ad episodi di sopraffazione e di brutalità avrebbero assistito (e dunque sarebbero stati complici) i titolari delle imprese agricole, i quali erano soliti consegnare al trentenne nigeriano il denaro spettante ai lavoratori da lui gestiti, alimentando in tal modo il caporalato. Sono in corso accertamenti fiscali e contributivi, dato che le ore di lavoro effettive sarebbero state molte di più di quelle stabilite dal contratto del settore.

Il "capo" nigeriano, con la collaborazione della moglie, si sarebbe occupato anche degli alloggi. Alcuni dei lavoratori stranieri erano ospiti nella casa coniugale in Valsugana e, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbero stati vittime di continue vessazioni anche da parte della donna, con la minaccia costante di distruggere i loro permessi di soggiorno, nonché presi a schiaffi. Dormivano in cucina e nelle altre stanze, senza coperte e senza arredi, privi di generi di prima necessità e anche del cellulare. Isolati dal mondo.

Il "capo" nigeriano, assistito dagli avvocati Fulvio Carlin e Gabriele Mezzi, ieri è comparso per l'udienza davanti al gip Marco Tamburrino e ha preferito stare in silenzio. Si è avvalsa della facoltà di non rispondere anche la moglie, difesa dall'avvocato Piercarlo Pedrazzoli. L'arresto è stato convalidato per entrambi, dunque la coppia rimarrà in carcere.

Due sono le vittime che hanno avuto il coraggio di denunciare la loro situazione: si tratta di nigeriani che avevano legami di parentela con la coppia arrestata. Attraverso il loro racconto è stato possibile per gli investigatori ricostruire un quadro di soggezione e di sofferenza morale.

Come è emerso, erano costretti a rivolgersi ad enti caritatevoli per avere indumenti adatti alla stagione, venivano picchiati o puniti dal capo nigeriano se non erano abbastanza produttivi. Una delle vittime era stata privata degli stivali in gomma e costretta a lavorare con le ciabatte in mezzo al fango, in una giornata fredda e piovosa. Bastava una parola di troppo per vedersi sottrarre denaro: il "capo" aveva tolto un'ora di stipendio solo perché un lavoratore aveva chiesto di essere pagato.

Ma. Vi.