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MORI. L'inchiesta per inquinamento è ancora aperta. La procura distrettuale antimafia di Trento, d'altro canto, vuole vederci chiaro. L'accusa rivolta alla società «Eco Aggregati» di Mori è di inquinamento, un'imputazione pesante che, se confermata, potrebbe portare in galera gli imprenditori (si va da 1 a 6 anni di reclusione). Che da ottobre 2024 si sono trovati con i sigilli all'azienda e, di conseguenza, nessuna possibilità di lavorare. Tanto che, in attesa che la giustizia faccia il suo corso, sono stati costretti a dichiarare fallimento.
A chiedere la messa in liquidazione della società, con sede e attività in località Brianeghe, sono stati due grossi creditori, Sifra Installazione srl e Patrick Sartori. L'impresa di Christian Rizzi, tra l'altro, è pure esposta in maniera pesantissima nei confronti dell'Inps e dell'Agenzia delle entrate, debiti difficilmente sanabili.
Giudice delegato è stato nominato Michele Cuccaro mentre il curatore della procedura è Marco Bernardis. L'azienda, adesso, dovrà portare i libri contabili in tribunale e presentarsi il prossimo 7 maggio davanti al giudice per l'udienza con i creditori e l'esame dello stato passivo.
Si chiude così una storia industriale che prometteva bene, soprattutto perché operava nell'ambito del riciclo dei rifiuti, nella possibilità di recuperare scarti di lavorazioni edili e reinventarle per pavimentazioni stradali e per la produzione di calcestruzzo rigenerato, con un giro d'affari di un milione di euro. Il business è stato però interrotto nell'ottobre del 2024 dalla Dda di Trento che ha mandato a Mori i carabinieri del Noe e gli ispettori dell'Appa.
L'ipotesi di reato, come detto, è pesante: concorso in traffico illecito di rifiuti. Il sostituto procuratore Alessandro Clemente ha preso di mira l'impianto di recupero rifiuti e l'ha posto sotto sequestro. Troppe cose, secondo il magistrato e gli investigatori, per lasciar correre. E così, oltre ai sigilli, sul registro degli indagati per un reato commesso in concorso sono finiti Christian Rizzi, amministratore unico della Eco Aggregati srl, Dario Zulberti e Stefano Zendri, rispettivamente presidente e direttore del laboratorio di analisi di materiali della Cet Servizi di Villa Lagarina che avrebbero prodotto attestazioni di conformità non rispondenti, sempre secondo la pubblica accusa, alla reale situazione riscontrata dagli investigatori.
Nel sito moriano i carabinieri, in oltre un anno di indagini, hanno scoperto un enorme bidone delle immondizie. Tanto che il pm, nel verbale di sequestro, ha parlato di una situazione di «permanente illiceità in cui versa il centro recupero rifiuti con particolare riferimento alle emissioni incontrollate in atmosfera (polveri, ndr), al percolamento in suolo di acque industriali (lavaggio materiali, ndr) ed all'accumulo di rifiuti depositati oltre i limiti previsti dall'autorizzazione di oltre 22 volte, anche al di fuori delle aree autorizzate».
L'impianto della Eco Aggregati, come detto, riguardava il trattamento dei materiali inerti provenienti da demolizioni edilizie per la loro trasformazione in materie prime riciclate consentendo così una seconda vita a migliaia di tonnellate di immondizia speciale non pericolosa. Secondo la procura, però, la quantità di materiale di scarto accumulato per essere smaltite correttamente sarebbe stata decisamente troppa, con una quantità di rifiuti ventidue volte superiore rispetto a quella prevista dall'autorizzazione ambientale provinciale.
Si parla di cifre enormi: 110mila metri cubi che equivalgono a circa 200mila tonnellate. Significa, tra l'altro, che non c'era nemmeno lo spazio fisico per poter gestire il materiale correttamente. Non a caso nell'inchiesta è finito pure il laboratorio di analisi, secondo la Dda connivente. L'Eco Aggregati, comunque, adesso è fallita, ma l'indagine, da un punto di vista pensale, è ancora aperta.


