Riccardo Hoffer argento ai Giochi olimpici per sordi di Tokyo: “Bullizzato, il volley mi ha salvato”
“Le superiori mi hanno stravolto, in positivo: compagni magici e uniti e docenti come Sara Scandola, Toscana Bazzoni e Marina Testa che hanno saputo vedere le mie difficoltà, le mie insicurezze, le mie ferite e renderle la mia armatura. Anche mamma, papà, fratellone e nonni mi hanno sempre sostenuto”
MORI. Ha stretto i denti sino alla finale e, nonostante l'argento, solcare il campo alle Deaflympics di Tokyo è stato, per il pallavolista moriano Riccardo Hoffer (nella foto), una gratificazione. La squadra di volley maschile è stata sconfitta dagli avversari dell'Ucraina, ma la vera medaglia d'oro è stata assicurare il tricolore ai massimi livelli dei Giochi Olimpici per sordi. Hoffer ha 23 anni e vive lo sport come quotidianità, pur frequentando l'ultimo anno di laurea triennale in "Comunicazione, media e pubblicità" all'università IULM di Milano.
Riccardo, quando hai cominciato a giocare?
«A 8 o 9 anni, ma non per scelta: in famiglia sono tutti pallavolisti! Mio padre ha giocato in Serie B, mia madre è allenatrice di primo livello, mio fratello ha sempre giocato da professionista. Non mi sono mai chiesto quale sport volessi fare, ho seguito le orme familiari ed eccomi qui, per fortuna!».
Cosa rappresenta per te?
«Una fondamenta della mia vita, matrice di emozioni, esperienze e avventure indimenticabili con compagni ed amici. La pallavolo, lo sport di squadra in generale, mi ha insegnato valori imprescindibili come l'amicizia e la fiducia. La svolta è arrivata con il primo bronzo olimpico, vinto nel 2022 a Caxia Dosul in Brasile. Da quel momento ho compreso che la pallavolo poteva essere, oltre ad uno sport aggregativo, un'opportunità per conoscere nuove culture, viaggiare e iniziare a vivere in maniera indipendente, senza pesare economicamente sulla famiglia, entrando nella vita adulta da studente universitario. Ho sviluppato poi la vena agonistica, sulla scia di una costante voglia di miglioramento e di crescita personale, tra promozioni e convocazioni in nazionale».
La sordità è stata un ostacolo, nel tuo percorso?
«Decisamente. Purtroppo, la scuola media è stata un periodo buio: ho sofferto di bullismo ed isolamento sociale. Non accuso nessuno, eravamo ragazzini infantili. Può capitare. O non dovrebbe succedere a prescindere? Mi chiedo. Un episodio mi scosse nel profondo. Medie, inizio dell'ora di motoria. Durante il cambio abbigliamento in spogliatoio mi strapparono l'apparecchio acustico, con la minaccia di gettarlo nel water (Riccardo ha un impianto cocleare, composto dal processore esterno, dietro l'orecchio, e dal ricevitore interno, sito sotto pelle nell'osso mastoideo, ndr). Fu uno spavento incredibile: senza apparecchio non sento nulla e i miei rapporti, il mio essere, il modo in cui appaio e mi presento al mondo dipendono da esso. Senza mi sento annullato, incapace di comunicare. Incredibile, no?».
La pallavolo ha aiutato?
«Sì, è stata la mia àncora di salvezza. Giocando nel settore giovanile ad alto livello, dal "Trentino volley" fino all'U14 al "Verona Volley" fino all'U19, mi sono creato una realtà alternativa, curativa. Ho disputato campionati di Serie B e nell'anno del Covid ho avuto una parentesi in Serie C al C9 dell'Alto Garda. Grazie ad amicizie e legami solidi ho superato quel delicato momento. Le superiori mi hanno stravolto, in positivo: compagni magici e uniti e docenti come Sara Scandola, Toscana Bazzoni e Marina Testa che hanno saputo vedere le mie difficoltà, le mie insicurezze, le mie ferite e renderle la mia armatura. Anche mamma, papà, fratellone e nonni mi hanno sempre sostenuto!».
Quando giochi hai difficoltà con l'apparecchio?
«Durante gli allenamento e in partita indosso una fascetta a sostegno dell'impianto che, senza protezione, volerebbe via rischiando di danneggiarsi o rompersi. Pallonate sull'apparecchio? Arrivate!».
Come hai vissuto le convocazioni alle Deaflympics, nel 2022 e nel 2025?
«In maniera differente. La prima fu inaspettata, avevo 18 anni e ho vissuto un'esperienza inimmaginabile. La seconda è valsa da conferma di 3 anni di duro lavoro, disciplina e preparazione fisica e tecnica tra allenamenti, partite e pesi. Molto più soddisfacente e gratificante».
E come è andata?
«Ci sono state partite più e meno equilibrate, la differenza è stata fatta dalla fame di gioco e dalle indicazioni dello staff tecnico. Abbiamo giocato in 10 giorni, prima 5 partite nei gironi ( 4 su 5 vinte), poi la fase ad eliminazione diretta, arrivata dopo la sconfitta contro gli Usa. Siamo giunti in semifinale contro la Turchia, campioni in carica. È stata una delle migliori partite di sempre, in cui abbiamo recuperato lo svantaggio e morso ogni azione, con il tifo di casa Italia ma anche dei giapponesi. Un 3-2 finale, con 15-13 al tiè-break. Dopo l'ultimo punto sono crollato in ginocchio a piangere, tra le braccia dei miei compagni. Ci ha garantito la finale olimpica dopo tanti anni. Quest'ultima, contro l'Ucraina, è andata diversamente: gli atleti erano fisicamente, tecnicamente e mentalmente superiori. Abbiamo però vinto un meritatissimo argento. Rimarrà nella storia, sebbene se ne parli poco. Questa esperienza mi ha donato nuove sicurezze, la consapevolezza che il lavoro paga sempre e la felicità di sapere di aver dato tutto per questa maglia».
Vorresti fare della pallavolo la tua professione?
«Sono consapevole di non poter giocare per sempre a pallavolo, così mi impegno nello studio. Sto terminando la triennale e conto di fare la magistrale in "Relazioni internazionali e diplomazia"».
Cosa diresti a un ragazzo sordo intenzionato a seguire il tuo cammino?
«Non dico che debba lanciarsi nella pallavolo, ma lo consiglio caldamente. Lo sport di squadra regala fiducia, fratellanza e reciprocità. Insegna a superare le sconfitte con l'unione, l'analisi condivisa delle dinamiche e il raggiungimento di obiettivi comuni».