TRENTO. È da oltre quattro anni che attende che le venga riconosciuto il ruolo lavorativo che le spetta. Sul caso, sottoposto al giudice del lavoro, c'è stata anche un'interrogazione in consiglio comunale. Era agosto 2021 quando un'agente della polizia locale di Trento, in servizio nel capoluogo dal 2007, ha superato un concorso interno; da allora nessun passo in avanti c'è stato.

La selezione era per quattro posti di agente di polizia municipale per il passaggio dalla categoria C base a C evoluto. La agente si è classificata quarta, unica donna. I tre colleghi che la precedevano in graduatoria sono stati nominati, lei no: nonostante l'idoneità è rimasta vice sovrintendente, anziché svolgere il ruolo di coordinatore che le sarebbe spettato.

Vincere un concorso non significa immissione automatica nel nuovo ruolo. Il bando in questione specificava che la nomina dei vincitori era legata alle esigenze del corpo di polizia locale, ad esempio in caso di cessazioni di servizio o trasferimenti. La graduatoria era stata approvata nell'agosto 2021 e prevedeva la nomina dei vincitori entro il 2024.

Le cessazioni in quel periodo sono state più di quattro, ma dopo la nomina dei primi tre classificati l'incarico è stato conferito ad un coordinatore proveniente da un altro comando, anziché alla candidata.

La donna ha deciso di rivolgersi al giudice del lavoro, sia per la vicenda del concorso sia per tutto ciò che c'è stato prima. Ad esempio, quando la agente aveva i bimbi piccoli le era stato negato l'esonero dai servizi notturni e venne temporaneamente trasferita; è anche successo che in un solo giorno è stata colpita da due provvedimenti disciplinari.

La possibilità ora sfumata di una progressione interna si aggiunge ad un passato lavorativo non semplice, con una situazione di mobbing protrattasi nel tempo.

Come accennato, il caso è finito anche davanti al consiglio comunale. L'amministrazione ha giustificato la mancata promozione sostenendo che non ci fossero più posti per coordinatore e che quelli disponibili erano stati subito occupati, e che con quella qualifica la donna avrebbe potuto ambire ad un altro ruolo all'interno del Comune, ma svestendo la divisa.

Nonostante il concorso superato e le abilitazioni alla ricezione di querele, all'attività di perquisizione e fotosegnalamento, e a effettuare pattuglie in borghese, la agente lamenta un demansionamento, essendo stata mandata a fare il vigile di quartiere.

Assistita dall'avvocato Zeno Perinelli, reclama l'assunzione nel ruolo che le spetta, dato l'esito positivo della procedura di selezione; chiede inoltre il risarcimento per la mancata chiamata, con un danno pari alla differenza dell'attuale stipendio e di ciò che spetta ai coordinatori, nonché per il demansionamento e per il danno biologico per mobbing.

La donna si è rivolta a specialisti per superare il forte stress causato dalle vessazioni. Il danno morale e biologico è stato calcolato in oltre 100mila euro. Il corpo della polizia locale respinge ogni accusa. La parola ora spetta al giudice.