TRENTO. Samir Seddiqi, 23 anni, è arrivato dall'Afghanistan nel 2021, dopo la presa del potere da parte dei talebani. Nato a Kabul ma originario di Herat, «la città più bella di tutto il Paese», racconta con orgoglio, ha già alle spalle un percorso segnato da dolore e riscatto. Arrivato in Italia ancora minorenne, ha dovuto affrontare da solo la complessa burocrazia italiana, cercando di costruirsi un futuro nonostante difficoltà e ingiustizie. Oggi è iscritto alla Facoltà di Economia dell'Università di Trento, è vicino alla laurea e ha avviato un progetto per aiutare chi vive la sua stessa esperienza.

Samir Seddiqi è il fondatore e ceo di VitaAvanza, una piattaforma online basata sull'intelligenza artificiale, che lui stesso definisce «una mappa per uscire dalla nebbia». «Non è nata in una sala riunioni - si legge sul sito - è nata in una coda alla Questura, due giorni prima di un esame, con il telefono al 7% e senza la minima idea di quale documento presentare dopo. Ogni riga di questo prodotto è un rifiuto della confusione, dell'isolamento, dei sistemi che costringono i giovani a mendicare le cose più elementari».

«In Afghanistan ho iniziato a frequentare una scuola militare a 15 anni - racconta -. Ne avevo 17 quando i talebani hanno preso il potere. Il 21 agosto sono scappato, lasciando tutta la mia famiglia. Sono arrivato a Roma ancora minorenne: sono rimasto una settimana in un campo militare, poi sono stato trasferito a Sanremo e successivamente in un centro di accoglienza a Mirano».

Un'esperienza che definisce «dolorosa». «Venivamo trattati malissimo. È stata un'esperienza traumatica. Mi sono fermato qualche mese, periodo in cui la mia vita era in pausa: per tutti noi la priorità erano i documenti. Amavo l'Italia, ma volevo andare via».

Alle difficoltà burocratiche si aggiungevano quelle psicologiche. «Non avevo alcun aiuto: il disturbo da stress post traumatico della guerra mi stava distruggendo. Ero in un Paese sconosciuto, senza la mia famiglia per la prima volta nella vita».

La svolta arriva grazie a una chiesa. «Sono andato nella più vicina per chiedere aiuto. Il parroco, con cui sono ancora in contatto, è stata la persona più importante della mia vita. Mi ha dato l'opportunità di studiare l'italiano e di iniziare davvero il mio percorso di integrazione».

Dopo circa due mesi viene trasferito a Portogruaro. «Era sempre un centro di accoglienza, ma più piccolo e accogliente. Gli educatori mi hanno accompagnato dal medico e dallo psicologo, continuando a farmi studiare l'italiano. Lavoravo e aiutavo nella comunità, ma ogni giorno chiedevo di poter studiare».

Proprio gli educatori gli fanno conoscere il progetto Futura dell'Università di Trento, dedicato alla formazione di rifugiati e richiedenti asilo. «A 18 anni mi sono iscritto perché avevo i requisiti. A settembre 2022 sono arrivato a Trento per frequentare il corso di Economia e Management in inglese».

In città ottiene anche un posto nello studentato universitario. Una felicità che, però, non riesce a condividere con i genitori, entrambi scomparsi. «Avrei voluto ricongiungermi con loro, ma non è stato possibile».

Dopo un anno di preparazione linguistica e accademica, nel settembre 2023 iniziano le lezioni universitarie. «Ero davvero felice, mi sentivo vivo. Ora mi mancano pochi esami e poi conseguirò la laurea triennale».

È proprio durante il primo anno trascorso a Trento che prende forma l'idea di VitaAvanza. «Mi sono messo a studiare e a cercare un modo per aiutare le persone straniere che, come me, non riescono a orientarsi tra norme, documenti e opportunità».

Dopo tre anni di lavoro il progetto diventa realtà. «Il nome doveva spiegare subito ciò che facciamo. È nato dalla mia esperienza con la burocrazia italiana. Se non si riesce a integrare queste persone, si rischia di perdere tanti talenti. Abbiamo creato un portale che può essere utile anche agli enti del territorio con cui stiamo entrando in contatto».

La piattaforma, definita AI-native, vuole mettere in rete persone, istituzioni e comunità. «L'obiettivo è garantire a tutti le stesse opportunità di studio e lavoro, accompagnando ogni persona passo dopo passo, con il supporto anche del nostro team legale».

La startup, tradotta in 42 lingue e sostenuta dalla School of Innovation dell'Università di Trento, riunisce un team interdisciplinare di 12 persone specializzate nel settore dell'immigrazione. «Ad agosto inizieremo a lavorare nello spazio di coworking di Impact Hub, ma siamo alla ricerca di fondi e investitori per far crescere il progetto».

L'obiettivo, conclude Samir Seddiqi, è semplice: «Fare in modo che nessuno debba rivivere quello che è successo a me».