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TRENTO. Stop alle Rsa come «fabbriche della cura», con lunghi corridoi, stanze doppie, sale comuni e servizi dislocati su piani diversi con continui spostamenti di carrozzine da una parte all’altra delle strutture. «Le Rsa del futuro devono assomigliare sempre più a case», dice Livio Dal Bosco, direttore della Apsp Residenza Valle dei Laghi di Cavedine e della Apsp Opera Romani di Nomi. Proprio per parlare di questa «rivoluzione» che dovrebbe partire proprio dalla ristrutturazione della Rsa di Nomi, è stato organizzato per giovedì prossimo un convegno nella Sala della Rappresentanza del Palazzo della Regione. Nell’occasione docenti universitari, esperti in tecnologie digitali e in modelli umanistici di gestione del personale provenienti da ogni zona d’Italia si confronteranno insieme sull’argomento. «Cambiamo il modo di abitarla», dice il sottotitolo dell’appuntamento.
«Le Rsa funzionano ancora con una logica novecentesca che non rispecchia né le esigenza dei pazienti né quelle del personale», fa presente Dal Bosco che sottolinea come agli anziani fragili non si debba offrire un luogo che assomiglia ad un ospedale. Poi c’è la questione del personale. «Oggi gli operatori, negli ambienti tradizionali, con corridoi, stanze prospicienti e sale centralizzate, percorrono dai 10.000 ai 12.000 passi per turno. Sono 10 chilometri di movimenti frammentati con continue riprogrammazioni cognitive della direzione di spostamento e degli obiettivi. Non ha nulla a che vedere con la passeggiata che possiamo fare lungo una ciclabile. È una cosa completamente diversa che fa arrivare esausti e logorati a fine turno, sia fisicamente che mentalmente. Il 35% del tempo viene consumato, in spostamenti nell’ambiente di cura», evidenzia Dal Bosco che aggiunge: «Per noi è tempo rubato alla relazione, che provoca un logorio fisico enorme testimoniato dall’alto numero di problemi osteo-articolari e muscolari che si registrano nelle Rsa. Importanti ricerche internazionali ci dicono che il 70% degli operatori over 45 ha almeno un problema osteo articolare o muscolare. È chiaro come tutto questo rappresenti una delle cause più rilevanti di scarsa attrattività per la professione. Non possiamo poi lamentarci se si fatica a trovare operatori. Credo che sia necessario e urgente cambiare strada e offrire modelli di cura diversi che, tra l’altro, si stanno imponendo o si sono già imposti a livello internazionale». Dal Bosco sogna e ipotizza un modello completamente diverso e per la ristrutturazione della Rsa di Nomi si dovrebbe andare in questa direzione visto l’interesse da parte della Provincia e dell’assessore Tonina, con il quale ci sono stati numerosi confronti.
«Vogliamo portare la casa dentro le Rsa e far diventare abitanti i nostri anziani. Non parliamo più di “posti letto”: parliamo di soluzioni abitative dove la fragilità torna persona e non categoria. Nel Nord Europa, in Giappone, in America questi modello sono già realtà. Pensiamo a piccole unità abitative da massimo 10 persone. Dieci non è un numero magico: è un numero umano. È la soglia in cui una comunità resta comunità, dove nessuno sparisce nella massa. È la misura della relazione profonda, non dell’aggregazione forzata. Ogni persona ha la sua stanza singola, il suo bagno privato, i suoi spazi familiari: cucina, salotto, materiali caldi, luce naturale. Niente corridoi della distanza. Niente spazi che amplifichino l’idea di essere “ricoverati”. E quando ricrei una casa - non una copia della casa, ma una casa vera - accade qualcosa che la letteratura scientifica conferma: meno agitazione, più orientamento, più sonno, meno conflitti, più vita».
In questo modo si riducono anche i passi che ogni operatore deve fare. Secondo le stime si scende a 2 mila passi portando al 6% il tempo utilizzato per gli spostamenti. Quindi meno corridoi e più tempo dedicato alla relazione, oggi purtroppo ridotta al minimo visti i carichi di lavoro e la carenza di personale. «Un modo nuovo di pensare la cura che integra tre assi: architettura domestica, uso della moderna tecnologia e modelli umanistici di gestione del personale basati sulla fiducia, sul coinvolgimento e sulla corresponsabilità. Non sono tre ingredienti: sono un’unica ecologia della cura. La tecnologia, oggi, ci permette di costruire la cura in un contesto che può essere quello domestico e umano della casa. Alti livelli di assistenza e di qualità in un contesto che l’anziano può chiamare casa». C’è interesse da parte della Provincia e dell’assessore Tonina, con il quale ci siamo confrontati in più occasioni. Si è trattato di un dialogo molto produttivo e competente, che porterà sicuramente a risultati importanti.


