TRENTO. Da giovane sognava di fare il giornalista, alla fine il dottor Maurizio Zeni, 70 anni a luglio, ha scelto la strada della medicina così come suo fratello gemello Romano Zeni. Anche per lui, ora, è arrivato il momento della pensione. A fine giugno appenderà il camice al chiodo e chiuderà il suo ambulatorio in Corso Alpini 6, aperto 40 anni fa quando iniziò ad esercitare come medico di medicina generale.

«Manca un mese ma già i miei pazienti vengono a salutare. Sono arrivato ad averne 1.650», racconta. Intanto il dottor Maurizio Zeni prosegue con l'ambulatorio, le visite a domicilio in attesa di potersi dedicare alla scrittura e alla fotografia, nonché alla sua mamma che ha la bellezza di 102 anni.

Dottor Zeni, come sono cambiati i pazienti in questi 40 anni?

«Sono cambiati tantissimo perché è cambiato il mondo. La rovina si chiama whatsapp e dottor google. A volte vengono e pensano di sapere tutto. Il dottor Giuseppe Mosna, mio grande maestro, quando ho iniziato questo lavoro mi diceva: "Quando avrai il tuo ambulatorio non permettere che ti prendano il timone". Allora non c'era internet e oggi è tutto più difficile, anche far fronte alle richieste che arrivano da Apss che chiede appropriatezza nelle prescrizioni. Solo chi siede davanti ad un paziente può capire le pressioni che si ricevono».

Se tornasse indietro rifarebbe il medico di medicina generale?

«Assolutamente sì. Per me non è stato solo un lavoro. Ho avuto l'onore di entrare nelle case delle persone, di condividere momenti di fragilità e di speranza, di accompagnare intere famiglie lungo il corso delle generazioni. Ho visto bambini diventare adulti, e adulti affrontare con dignità la vecchiaia. In questi anni, però, ho visto anche cambiare profondamente anche la sanità».

Cambiare come?

«Per molto tempo il nostro sistema è stato costruito attorno all'ospedale, luogo fondamentale ma spesso sovraccaricato di funzioni che non gli appartengono fino in fondo. Anche in Trentino, realtà spesso considerata virtuosa, questo modello ha mostrato i suoi limiti. Strutture come l'ospedale Santa Chiara di Trento continuano a rappresentare il fulcro dell'assistenza, con pronto soccorso sotto pressione e reparti chiamati a gestire anche bisogni che potrebbero trovare risposta sul territorio. Questo non è un limite dell'ospedale, ma il segnale di un equilibrio che ancora non abbiamo raggiunto.

Negli ultimi anni si è parlato molto - giustamente - di rafforzare la medicina territoriale. Non è solo una scelta organizzativa: è una necessità imposta da una popolazione che invecchia, dall'aumento delle malattie croniche, dal bisogno crescente di continuità assistenziale».

Del rafforzamento della medicina territoriale si parla da tempo, come anche di diminuire la pressione sui pronto soccorso. Il problema è che non si trova il modo di farlo.

«Quello dell'ambulatorio dei codici bianchi era una bellissima idea. Io ammiro molto i medici del pronto soccorso. Secondo me sono dei santi. Bisogna trovare il modo di scremare, educare la gente al fatto che non si può andare in ospedale per banalità.

La vera sfida oggi, poi, è rendere il territorio realmente capace di prendersi carico delle persone, evitando che l'ospedale diventi l'unica risposta possibile. Non bastano nuove strutture o progetti ambiziosi se mancano le persone. La sanità non è fatta solo di edifici, ma di relazioni, competenze, presenza quotidiana.

Il medico di famiglia, in questo contesto, resta una figura centrale. Non è soltanto un prescrittore o un tramite verso lo specialista. È un punto di riferimento umano, capace di conoscere le storie, le fragilità, i contesti di vita. È colui che tiene insieme i percorsi di cura, che dà continuità, che ascolta. Temo che questo ruolo, oggi, sia in parte sottovalutato. E temo soprattutto che sempre meno giovani scelgano questa strada, scoraggiati da carichi di lavoro crescenti e da un riconoscimento non sempre adeguato».

Cosa rimane dopo 40 anni di ambulatorio, visite a domicilio e diagnosi?

«Io lascio con gratitudine. Porto con me i volti, le storie, le strette di mano, gli sguardi di chi mi ha affidato la propria salute. Se c'è una cosa che ho imparato in tutti questi anni è che la medicina, prima ancora di essere scienza, è relazione. E il territorio è il luogo dove questa relazione vive davvero.

In tutti questi anni ho imparato che curare non significa sempre guarire, ma significa sempre esserci. Porto con me anche un pensiero più essenziale, quasi sussurrato: "Dove c'è cura, c'è comunità. Dove c'è comunità, c'è speranza".

E poi un ultimo pensiero alla segretaria, la signora Giusy, che da 16 anni lavora con me. Una persona insostituibile, non brava solo al computer, ma anche a gestire la sala d'attesa».