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TRENTO. Nasce ufficialmente il Centro per la Giustizia Riparativa del distretto della Corte d’Appello di Trento, la nuova struttura pubblica dedicata ai percorsi che mettono al centro il confronto tra la persona offesa, quella indicata come responsabile del reato e, quando previsto, la comunità. Il Centro è stato presentato oggi a Trento durante il convegno regionale «Giustizia riparativa e sistema penale: fondamenti, esperienze e prospettive», nella Sala di rappresentanza del Consiglio regionale.
I primi numeri restituiscono già un’attività significativa: dal primo gennaio sono arrivate circa 200 richieste di accesso ai programmi, mentre i colloqui individuali con persone offese e soggetti indicati come responsabili sono stati più di 250. Sono invece 70 i percorsi già conclusi, mentre più del doppio risultano attualmente in corso. Secondo i dati illustrati dalla coordinatrice del Centro, Valeria Tramonte, oltre la metà dei casi presi in carico raggiunge un esito riparativo.
«Questo convegno segna un punto d'arrivo, ma allo stesso tempo un punto di partenza», ha sottolineato il presidente della Regione Arno Kompatscher, ricordando come l’esperienza della mediazione penale in Trentino-Alto Adige sia iniziata già nel 2004. Con la riforma Cartabia, ha spiegato, questo percorso è stato inserito formalmente nel nuovo sistema dei Centri per la Giustizia Riparativa.
Il nuovo organismo è stato istituito con la deliberazione della Giunta regionale numero 41 del 4 marzo 2026, in attuazione del decreto legislativo 150 del 2022. È l’unico punto di riferimento distrettuale per l’accesso a un servizio pubblico essenziale, gratuito e confidenziale, organizzato attraverso le due sedi di Trento e Bolzano. Il Centro può contare su sei mediatori esperti iscritti all’elenco ministeriale.
I programmi possono essere attivati per qualsiasi tipologia di reato, in ogni stato e grado del procedimento o dell’esecuzione della pena. L’adesione è volontaria e il percorso si sviluppa inizialmente attraverso colloqui individuali. Successivamente, quando sussistono le condizioni, può proseguire con una mediazione diretta tra le parti, con il coinvolgimento dei gruppi parentali oppure attraverso un dialogo riparativo di comunità.
L’obiettivo non è sostituire il procedimento penale, ma affiancarlo creando uno spazio protetto nel quale affrontare le conseguenze del reato, con l’assistenza di mediatori neutrali. Il percorso può concludersi con un esito riparativo di carattere simbolico o materiale.
La giustizia riparativa può inoltre produrre effetti sul piano giuridico. Tra questi, nei casi previsti, la remissione tacita della querela per i reati procedibili a querela di parte e la possibilità che gli esiti del percorso siano valutati dal giudice ai fini della commisurazione della pena e dell’accesso ai benefici penitenziari. Non sono invece previsti sconti di pena automatici.
«A breve convocheremo dei tavoli tecnico-operativi distrettuali con autorità giudiziaria, avvocatura, università e servizi territoriali», ha annunciato Tramonte, indicando nella collaborazione tra i diversi soggetti coinvolti uno dei prossimi obiettivi. L’intento è definire le modalità applicative del servizio e renderlo progressivamente più accessibile alla cittadinanza.
Durante il convegno è intervenuta anche Claudia Mazzucato, docente di Diritto penale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha approfondito i fondamenti del modello. Al centro, ha spiegato, c’è l’incontro volontario tra chi è accusato di aver commesso un reato e la vittima, con l’eventuale partecipazione della comunità.
Per Mazzucato, il nuovo modello introduce nel sistema penale partecipazione, deliberazione e libertà, offrendo alle persone coinvolte la possibilità di confrontarsi sulle conseguenze dell’accaduto e sulle modalità per affrontarle. In Italia, ha ricordato la docente, sono attualmente 36 i Centri per la Giustizia Riparativa attivi sul territorio nazionale.


