TRENTO. «No al veto delle famiglie» sui percorsi di educazione all’affettività nelle scuole. È netta la posizione della Commissione provinciale Pari opportunità tra donna e uomo, intervenuta nel dibattito sull’educazione alle relazioni, sul rispetto e sulla prevenzione della violenza. Per la Commissione, il coinvolgimento dei genitori resta importante, ma non può trasformarsi in un ostacolo all’accesso degli studenti a percorsi educativi strutturati e qualificati.

L’educazione delle nuove generazioni, sostiene la Commissione, deve essere una responsabilità condivisa all’interno di una «comunità educante» nella quale famiglie, scuola, associazioni e altre realtà del territorio collaborano con obiettivi comuni. Un modello che, secondo l’organismo provinciale, non dovrebbe prevedere confini rigidi tra i diversi soggetti educativi.

Il punto più controverso riguarda proprio il ruolo delle famiglie. La Commissione si dice contraria a un sistema nel quale il loro consenso sia obbligatorio e possa diventare, di fatto, un veto ai percorsi proposti nelle scuole. L’educazione alle relazioni, alla parità, al rispetto delle differenze e alla prevenzione della violenza, sostiene la Commissione, deve poter essere garantita anche attraverso competenze professionali specifiche.

Il tema comprende l’educazione all’affettività, la salute sessuale e riproduttiva, il riconoscimento delle emozioni, la gestione dei conflitti e la capacità di costruire relazioni basate sulla reciprocità e sul consenso. Un lavoro che, secondo la Commissione, dovrebbe coinvolgere anche la prevenzione dei linguaggi d’odio e delle discriminazioni, compresi quelli che si manifestano negli spazi digitali.

La scuola viene indicata come un luogo fondamentale soprattutto per quei ragazzi e quelle ragazze che non riescono, o non possono, affrontare determinati temi all’interno della propria famiglia. Nel documento viene ricordato anche che esistono situazioni familiari nelle quali controllo, silenzio e violenza possono impedire ai più giovani di trovare uno spazio di ascolto. Da qui, secondo la Commissione, la necessità di mantenere la scuola come luogo di accoglienza, confronto e crescita.

Il coinvolgimento dei genitori, dunque, non viene messo in discussione. Quello che la Commissione contesta è che possa assumere un ruolo di veto rispetto a percorsi inseriti nella programmazione didattica e costruiti sulla base di linee guida e ricerche scientifiche.

«Educare all’affettività», sostiene la Commissione, significa anche insegnare a riconoscere il consenso, la libertà e la gestione dei conflitti, aiutando ragazze e ragazzi a comprendere quando un comportamento può trasformarsi in controllo, manipolazione o violenza. Un investimento educativo che viene considerato anche uno strumento di prevenzione della violenza.

Nel documento trova spazio anche il dibattito nato dalla richiesta dell’associazione «Padri in Movimento» di attivare servizi telefonici di sostegno e ascolto per gli uomini che dichiarano di essere vittime di violenza economica, psicologica o fisica da parte di partner o ex partner.

Su questo punto la Commissione riconosce la necessità che ogni persona vittima di violenza possa trovare ascolto, sostegno e una rete di aiuto. Allo stesso tempo, però, invita a non creare «simmetrie retoriche» tra fenomeni che considera differenti, distinguendo la violenza contro le donne e di genere dalle violenze subite dagli uomini nelle relazioni intime.

Nel suo intervento la Commissione richiama anche le parole dello psicologo e psicoterapeuta Ivan Pezzotta, secondo il quale il fenomeno della violenza maschile contro le donne ha caratteristiche specifiche e deve essere affrontato con strumenti mirati di prevenzione. Accanto ai centri antiviolenza e alle case rifugio per le donne, vengono ricordati i percorsi rivolti agli uomini autori di violenza.

La Commissione, comunque, non esclude la necessità di spazi di ascolto rivolti agli uomini vittime di violenza, purché siano pensati come strumenti aggiuntivi rispetto a quelli già esistenti. Nel documento viene citata anche la Val di Fiemme, dove sono stati avviati percorsi dedicati alla consapevolezza e alla formazione all’ascolto.

Il filo conduttore resta quindi quello della prevenzione. Per la Commissione, contrastare la violenza significa intervenire non soltanto quando questa si manifesta, ma lavorare prima sui comportamenti, sulla cultura delle relazioni e sulla capacità di riconoscere situazioni di controllo e abuso.