TRENTO. Sono arrivato in Alto Adige che avevo 14 anni, dopo un viaggio lungo tra la vita e la morte. Venivo dall'Afghanistan. Non sapevo una parola di italiano o tedesco, né di inglese.

Il 21 agosto 2005, giorno del mio arrivo, pioveva. Quella pioggia non la dimenticherò mai: non era solo acqua, era la mia solitudine che cadeva. Avevo paura. Mi hanno accolto in una struttura socio-pedagogica (Kinderdorf a Merano): ero solo, confuso, ma capace di leggere il persiano e l'arabo.

Era tutto nuovo per me, e tutto difficile. Piano piano ho iniziato il mio percorso scolastico. Anche se vivevo in una struttura in lingua tedesca, fui iscritto alla scuola media Negrelli. Passavo ore in silenzio, non capivo, non parlavo. Mi sembrava di essere dentro una campana di vetro, dove potevo osservare tutto, ma non potevo comunicare.

Ero solo, ho dovuto iniziare tutto da zero, imparare a leggere, a scrivere, con i caratteri occidentali, da sinistra a destra, a capire. Non solo l'italiano ma anche un nuovo modo di pensare, di vivere.

Ma qualcosa cambiò quando incontrai la professoressa Gina Abbate, da poco in pensione: iniziò con me un percorso di alfabetizzazione e mi aiutò anche a scrivere la mia storia. Accanto a lei, altri insegnanti furono fondamentali: Marinella Tomai (matematica) e Marco Fontana (italiano), pazienti e presenti.

Anche i miei compagni mi hanno aiutato: durante la pausa, iniziarono a vendere merendine per raccogliere qualche soldo per sostenermi nello studio. Piccole e grandi genti che non dimenticherò.

Un momento chiave fu l'esame di terza media. Scrissi la mia storia come elaborato finale. Il mio preside, Antonio Riccò, la lesse e decise di pubblicarla sul sito della scuola. I media locali, soprattutto Rai3, le diedero rilevo.

Qualche settimana dopo mi arrivò una proposta inaspettata: una casa editrice trentina, Il Margine, col suo direttore editoriale Vincenzo Passerini, mi propose di raccogliere la mia vicenda in un libro. È stato un lavoro lungo e impegnativo, con Gina e Vincenzo. Avevo 16 anni quando è uscito.

Pubblicare un libro alla mia età era una soddisfazione immensa. Ma anche un peso: invece di uscire con gli amici, andavo nelle scuole a raccontare la mia esperienza, a fare sensibilizzazione sulla realtà dei ragazzi che arrivano da soli fuggendo dalle guerre.

Dopo le medie scelsi una scuola professionale, con indirizzo elettromeccanico. Mi trovai bene, strinsi amicizie. Per la prima volta sentivo di appartenere a un gruppo, di essere come gli altri.

Ma non mi bastava. Volevo continuare gli studi e conseguire la maturità. Continuai, con fatica, a studiare in una lingua non mia. Non era facile, spesso mi ritrovavo a lottare con parole che per altri erano scontate.

Alla fine ce l'ho fatta. È stato un traguardo enorme. Durante l'estate partecipai ad un tirocinio della Provincia di Bolzano, e fui assegnato al Dipartimento Urbanistica e Tutela del Paesaggio. Lì conobbi Adriano Oggiano, sostituto del Direttore, persona straordinaria, che mi aprì le porte di un mondo professionale e umano.

Dovevo restare tre mesi, ne rimasi quattro. Nel frattempo, iniziai a scrivere per il quotidiano Alto Adige, iniziando a raccontare le storie di nuovi cittadini. Non la mia, ma quelle di altre persone come me, con percorsi spesso invisibili, ma pieni di dignità, lotta e speranza.

Intanto decisi di proseguire con l'Università. Mi iscrissi a Filosofia politica, Etica e Scienze delle religioni a Trento. Studiare filosofia, in una lingua straniera era una sfida, ma io avevo fame di senso.

Avevo bisogno di capire il mondo, le sue contraddizioni, le sue ferite. E forse, in parte, anche di dare un senso al mio vissuto. Non era facile studiare testi complessi, affrontare concetti difficili in una lingua che non era la mia, in un mondo accademico dove a volte mi sentivo ancora straniero.

Avevo imparato, nel mio cammino, che il dolore non doveva per forza spegnere i sogni. A volte, li accende. Alla laurea, ho pianto di nascosto. Ho pensato ai miei genitori perduti in Afghanistan, al lavoro notturno in Iran a 12 anni.

Durante tutti questi anni, due famiglie mi hanno accolto come un figlio: Gina Abbate, che non ha mai smesso di accompagnarmi, e Gerhard Duregger, con sua moglie Sabine.

Negli anni ho collaborato con il Terzo settore, le Nazioni Unite, le Forze dell'Ordine, la Società Dante Alighieri, Emergency, l'Unhcr. Sono intervenuto nelle scuole, nelle Università, in Festival e convegni, al Parlamento europeo, anche al Senato e al Quirinale.

Mi ritengo agnostico, ma ho avuto una profonda emozione ed ho avvertito tanta forza interiore nell'incontro con Papa Francesco. Ogni incontro, ogni parola, ogni progetto è stato un piccolo tassello per costruire un ponte tra mondi.

Una delle cose che mi rende più fiero è l'essere tornato nella struttura dove sono stato accolto all'inizio e cresciuto, questa volta come educatore. Oggi provo ad offrire ai ragazzi/e quello che io ho ricevuto: ascolto, fiducia, possibilità.

Non so cosa porterà il futuro. Ma ogni volta che penso a quella pioggia, il 21 agosto, so che di lì è iniziato tutto. Ho tentato di esprimere quello che sono stati i miei vent'anni in Italia, ma per esigenze di spazio faccio faticare a descrivere tutto.

Comunque tutti mi hanno aiutato a crescere, quelli che mi hanno accolto, ma anche quelli che mi hanno criticato. Mi sento arricchito con il contributo di tutti, umanamente, spiritualmente, intellettualmente.

Vi sono grato, viva la pace, viva l'accoglienza, viva la fraternità!