Il caso

Trento, un chilo di gioielli rubati in casa: tutti e tre assolti

Gli imputati, una donna e due uomini albanesi, erano stati arrestati in un blitz della polizia. Al momento dell’irruzione in un appartamento in via Missioni Africane, «covo» della banda, il quarto complice era riuscito a fuggire e a far perdere le proprie tracce

di Marica Viganò

TRENTO. Il blitz era scattato alla vigilia di Natale del 2019: in un appartamento in via Missioni Africane gli investigatori della squadra mobile scoprirono il covo di una banda di malviventi. Tre - due uomini domiciliati a Milano ed una donna domiciliata a Trento, tutti di origine albanese - vennero arrestati per ricettazione, un quarto soggetto riuscì a fuggire. Nell'abitazione venne trovato un chilo d'oro, fra collane, bracciali, anelli e orecchini rubati nell'arco di un mese in una ventina di abitazioni a Trento, Rovereto, Arco e Riva del Garda.

La buona notizia è che gran parte della preziosa refurtiva è stata riconsegnata ai proprietari. Ma non ci sono colpevoli. L'accusa di ricettazione è caduta ed i tre stranieri all'epoca arrestati sono stati scagionati. Assolti perché il fatto non sussiste: questa la decisione della giudice Marta Schiavo, che ha accolto le tesi difensive presentate dagli avvocati Nicola Canestrini, Luigi Campone e Lorenzo de Guelmi. Non è provato, dunque, che la refurtiva recuperata dalla polizia fosse nella loro disponibilità.

L'appartamento, come ricostruito, era affittato ad una donna, risultata estranea ai fatti. All'esterno era stato installato un sistema di videosorveglianza per tenere costantemente d'occhio i movimenti nei pressi dello stabile e prevenire interventi delle forze dell'ordine. Gli investigatori della squadra mobile, proprio per non farsi riprendere dalle telecamere, avevano dovuto attendere che uno dei componenti della banda uscisse di casa. All'interno erano stati trovati circa mille euro in contanti e 7mila franchi svizzeri nonché guanti, passamontagna, arnesi da scasso per forzare porte e infissi, piccoli attrezzi di precisione per staccare pietre preziose e cartucce calibro 7,65.

Alcuni giorni dopo gli arresti, nel corso degli accertamenti nel "covo" di via Missioni Africane, la polizia aveva trovato anche tre revolver, una semi automatica calibro ventidue e una scatola di munizioni, con venticinque proiettili per la semi automatica, il tutto avvolto nel cellophan per un immediato utilizzo in caso di necessità. Le armi erano sotterrate nel giardino di pertinenza all'abitazione, scoperte grazie al metaldetector. Sono risultate tutte rubate nell'autunno del 2019: due revolver e la semi automatica erano state asportate da un'abitazione della Valsugana mentre l'altro revolver era stato rubato in una casa di Mattarello.

Sarebbero stati almeno venti i furti in abitazione che gli inquirenti hanno attribuito alla banda, con un bottino complessivo di circa 30mila euro. Secondo la ricostruzione della polizia, i malviventi passavano ore a perlustrare le vie e le case, studiando orari e abitudini degli abitanti in modo da agire in sicurezza. Non attendevano il buio per controllare la presenza di persone in base alle luci accese o spente, ma entravano in azione con piede di porco e cacciavite non appena avevano la certezza che a casa non ci fosse nessuno. Tra le prove acquisite dagli investigatori per addebitare i furti alla banda albanese c'era un cacciavite trovato (e sequestrato) nell'appartamento di via Missioni Africane: l'arnese appariva spuntato e la parte mancante era stata trovata dal proprietario di una delle case svaligiate.

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