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ROVERETO. Per la giustizia italiana una sberla vale 500 euro. Quanto costa una sberla? Secondo il giudice di pace 500 euro. E questo nonostante la destinataria del ceffone pretendesse un centone in più per il turbamento che quella manata sul viso le ha causato. La questione è approdata davanti al magistrato onorario dopo una lite tra vicine di casa i cui rapporti, da tempo, sono tesi ma ormai sono diventati turbolenti. Tanto che dagli insulti un bel giorno si è arrivati alle mani. Per carità, non si è certo assistito ad una scazzottata stile Far West ma è bastato uno schiaffo seguito da uno spintone per far finire l'alterco prolungato a carte bollate. Con tanto di denuncia per percosse e dunque con un epilogo penale.
La contendente, per evitare un processo, ha ovviamente optato per il risarcimento ed ha offerto alla dirimpettaia 500 euro per chiuderla lì. La somma è stata ritenuta insufficiente dalla parte offesa e quindi è stato chiesto al giudice di ammetterla solo come acconto. Il dottor Moschettino, però, visto che quella sberla non ha provocato danni fisici, ha considerato congrua la cifra ed ha quindi assolto l'imputata per intervenuta condotta riparatoria.
Una sberla all'«odiosa» vicina di casa, insomma, costa 500 euro. Questo, come detto, è quanto ha messo sul piatto l'imputata. La persona colpita, tramite il proprio difensore, ha chiesto l'elevazione dell'importo a 600 euro dichiarandosi eventualmente disponibile ad accettare quanto proposto a titolo di caparra. Il pubblico ministero ha invece ritenuto equa la proposta e dello stesso parere è stato il magistrato.
«Il dissenso della persona offesa sulla misura del ristoro - si spiega in sentenza - non vincola il giudice. L'art. 35rimette al giudice la valutazione finale sull'idoneità della condotta riparatoria. La Corte costituzionale ha ribadito che l'istituto configura una fattispecie estintiva complessa, fondata su una condotta riparatoria giudicata idonea a soddisfare esigenze non solo risarcitorie ma anche di riprovazione e prevenzione. Nel merito, l'offerta di 500 euro appare adeguata».
Il fatto contestato, d'altro canto, consiste in uno schiaffo e in una spinta. Non risultano querele per lesioni personali, non sono indicate conseguenze permanenti, non sono richiamate aggravanti specifiche né emergono dagli atti elementi tali da collocare l'episodio in una fascia di gravità superiore. Per il giudice, poi, «assume rilievo anche il parametro orientativo elaborato nel foro trentino per le condotte riparatorie: per il reato di percosse indica un intervallo compreso tra 300 e 600 euro da modulare secondo condotta, luogo, orario, presenza di più persone ed eventuale caratterizzazione discriminatoria del gesto. Tale criterio non ha valore vincolante ma costituisce un utile indice di omogeneità valutativa nel medesimo contesto territoriale. La somma di 500 euro si colloca nella parte alta di tale forbice.
Essa è quindi proporzionata alla natura del fatto, alla contestazione formulata e all'assenza, allo stato degli atti, di conseguenze lesive ulteriori. La richiesta di 600 euro formulata nell'interesse della persona offesa individua un importo certamente possibile ma non impone di ritenere incongrua l'offerta di 500 euro che resta comunque significativa rispetto alla concreta offensività del fatto contestato. Va aggiunto che l'offerta è stata formulata direttamente in udienza, con immediata messa a disposizione della somma.
Non si tratta, dunque, di una mera disponibilità astratta o dilatoria, ma di una condotta processuale concreta, idonea a manifestare la volontà dell'imputata di riparare il pregiudizio derivante dall'episodio. Nel complesso, la condotta riparatoria deve ritenersi sufficiente a soddisfare le esigenze di riprovazione del reato e di prevenzione».
Il ceffone, dunque, ha un costo alto: 500 euro. Staccando un assegno di questa cifra, nel caso esaminato dal giudice di pace, l'imputata ha evitato la condanna. N.G.


