I carabinieri ne hanno identificati 160. Tutti uomini, roveretani, trentini ma non solo, rigorosamente italiani tra i 30 e i 65 anni. Tutti assidui frequentatori di quell’appartamento in corso Bettini 38. In cui un’organizzazione di cinesi faceva rimanere segregate delle giovani connazionali, cui sequestravano il passaporto, obbligando loro a non uscire se non una volta ogni due settimane. Un andirivieni sospetto, che ha permesso all’Arma della città della quercia di scoprire un giro di prostituzione che si estendeva in tutto il nord Italia. Mercoledì all’alba, un’operazione congiunta dei militari coordinata dal capitano Paolo Tiadina e dal tenente Andrea Pezzo tra Rovereto, Milano, Como, Genova e Roma ha portato all’emissione di tre ordinanze di custodia cautelare in carcere e alla denuncia a piede libero di altre venticinque persone, tra cui anche due italiani.

 

Quella di corso Bettini, non era che una delle tante «filiali» della struttura messa in piedi da una quarantenne e una trentaduenne cinesi, Xia Liu e Yanli Wang, assieme ad un altro connazionale tuttora irrintracciabile. Un bilocale in cui una giovane cinese (sarebbero quattro quelle che si sono avvicendate dall’agosto 2010 al mese scorso a Rovereto; dodici in tutto le ragazze sfruttate, quasi tutte arrivate in Italia irregolarmente) come detto era costretta a vivere per due settimane senza mai uscire, tenuta d’occhio via cellulare dai vertici dell’organizzazione. Riceveva fino a dieci clienti al giorno, chiedendo loro tra i cinquanta e i sessanta euro a prestazione: a lei andava il 40%, che saliva al 50% in caso di rapporti non protetti. Il resto, finiva a Liu e Wang, che passavano quindicinalmente in città per ritirare gli incassi e fornire viveri alla ragazza per le due settimane seguenti.

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