ROVERETO. Adottato poco più che neonato da una famiglia roveretana, ha trascorso l'infanzia a Faedo, in aperta campagna. Lui, i nonni materni e un branco di cani. «Prima avevamo due lupi cecoslovacchi e un alaskan malamute - racconta Alessandro Filippi, 45 anni, di professione casellante autostradale -. Poi un amico di famiglia è venuto improvvisamente a mancare e i parenti non sapevano dove mettere i suoi rottweiler. Allora ce li siamo presi tutti noi, due cani adulti e undici cuccioli».
Nasce così la passione di Filippi per i cani, la sua capacità di osservarli, comprenderli, addestrarli. Cresciuto assieme a loro, ha imparato a comunicare con questi «esseri dotati di anima», come li definisce, e a correggerne i comportamenti aggressivi. «Soprattutto ho imparato a renderli felici - precisa - perché quando prendiamo un cane ricordiamoci che lo stiamo togliendo dal suo mondo per portarlo nel nostro, dove noi diventiamo il suo unico riferimento».

Filippi, lei a 14 anni si è stabilito nuovamente a Rovereto dove ha scoperto un modo di rapportarsi all'animale domestico molto diverso rispetto alla sua esperienza di ragazzo.
«Qui ho scoperto i problemi comportamentali dei cani. Animali che mordono, aggrediscono o non seguono il padrone. Comportamenti a me sconosciuti perché io sono cresciuto con un branco di cani dove il capobranco per farsi seguire non doveva nemmeno ringhiare, ma solo usare lo sguardo. Mio nonno, grande amante dei cani, mi diceva di fare attenzione alle dinamiche del branco e da lì ho imparato come si comunica con loro».
E cosa ha capito?
«Che i problemi comportamentali non sono mai dei cani, ma dei padroni. In venti anni di esperienza di addestratore io non ho mai dovuto cambiare i cani, ma le persone. Per questo mi sono stupito di come vengono educati i cani qui».Cioé? «Intanto è pieno di luoghi comuni insensati. Per esempio, che per tenere un cane si debba avere un giardino. Io adesso ne ho sei con me, di razze diverse, e ho una compagna con tre figli spesso a casa mia, ma nessuna difficoltà. Tutti i cani possono essere educati, non esistono razze buone o razze cattive. Poi mi stupiscono i metodi usati dagli addestratori comuni, il gratificare il cane dandogli un würstel in premio. Così si costruisce un rapporto basato sul cibo, non sulla fiducia».
A volte le cronache parlano di animali aggressivi e generalmente si tratta di pitbull o simili.
«Se prendi un bambino da qualunque parte del mondo e lo cresci con amore e regole diventerà un bambino educato e equilibrato. Lo stesso vale per le razze dei cani. Così come per le persone non conta il colore della pelle ma l'anima, per i cani non conta nulla la razza. Io con le mie gemelle di pitbull ho fatto volontariato coi bimbi disabili».
Chi si rivolge a lei come addestratore?
«Generalmente persone che hanno già avuto esperienze hegative con altri addestratori. I cani, come tutti, hanno bisogni che vanno soddisfatti. I padroni però spesso non conoscono quello di cui hanno bisogno i loro cani. Pensano che coccole e affetto bastino, ma sarebbe come pensare di mettere un chilo di zucchero in più in una torta per farla più buona».
Quindi, di cosa hanno bisogno i cani?
«Ordine, regole, disciplina, limiti e affetto. I primi tre elementi determinano il rapporto che hai con il tuo cane. Prendersi cura del cane significa avere il ruolo di capo nella sua vita, in una scala gerarchica sicura. Il cane deve fidarsi di te perché sei forte, calmo e sai sempre cosa fare. Se sei il capo del tuo cane lui non aggredirà mai nessuno, invece vedi spesso cani che trascinano i padroni camminandogli davanti e tirando il guinzaglio. Questo significa che la scala gerarchica è invertita, comanda il cane».
Come corregge i comportamenti dei cani che le affidano? «Intanto vado io a casa loro perché è sbagliato spostare il cane per educarlo, devi lasciarlo nella sua zona comfort. Guardo, osservo e capisco il problema del cane, anzi del padrone. Do degli esercizi da fare e di solito in alcuni pomeriggi si risolve tutto. Se ci sono problemi che derivano dalla salute suggerisco l'intervento del veterinario con cui collaboro, Fabrizio Pizzini».
Quali sono i problemi che riscontra più frequentemente? «Le fobie dei cani, ad esempio. Il cane legge l'affetto in modo diverso da noi e se io gli do affetto mentre lui ha paura non lo aiuto a risolvere, anzi, alimento quella paura. Che poi può diventare ossessione e magari rischierà un infarto per un temporale. Bisogna lavorarci, ma non con le coccole. Se invece il cane si mostra aggressivo, ad esempio quando ti avvicini alla ciotola mentre mangia, devi fargli capire che quel cibo è prima tuo che suo. Tu devi vincere la battaglia psicologica e dominarlo, quindi metti il cibo che gli piace per terra, aspetti che si rilassi e poi glielo dai tu. Invece di solito ti insegnano che devi aggiungere cibo nella ciotola».
In Vallagarina moltissime famiglie hanno almeno un cane, ma c'è anche chi mal ne sopporta la presenza nei luoghi pubblici. Che ne pensa?
«I cani pagano sempre lo scotto di padroni maleducati, come quelli che non raccolgono i loro bisogni per strada o quelli che li portano al ristorante ma non li sanno gestire, tanto quanto quei genitori che mettono il figlio a tavola e poi piange tutta la cena. Se parliamo dei cani in spiaggia, invece, penso che lo spazio sia per tutti e il cane che entra in acqua di certo non ti sporca il mare».
Quali sono le razze che vanno per la maggiore in zona?
«Il border collie, molto di moda e reputato intelligente, il pastore australiano considerato buono e i golden retriever, che si pensa adatto ai bambini. Sono tutti luoghi comuni perché la razza determina un'attitudine fisica, ma il comportamento dell'animale dipende solo dal padrone. Lo stesso vale per il pitbull, ritenuto aggressivo, mentre in realtà ha soltanto una psicologia diversa. Anzi, un tempo veniva scelto in Inghilterra cper far da balia ai bambini, perché sensibile e affidabile».
Cosa pensa delle onoranze funebri per animali, presenti anche in Vallagarina?
«Un servizio fantastico, che dà dignità agli animali, anime in un corpo come noi».