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ROVERETO. Forse in pochi ci hanno fatto caso ma la realtà parla comunque chiaro: quest'anno sono spariti i fiori. Colpa del caldo, certo, ma soprattutto dell'arsura arrivata con largo anticipo, ancora in primavera. E siamo oltre il campanellino d'allarme visto che quanto ci mostra la Natura conferma che il clima è ormai irrimediabilmente cambiato. Tanto da aver alzato di 400 metri sul livello del mare ogni habitat vegetale. Una cacciata di casa, insomma, alla ricerca di un posto dove respirare. Il campanellino di allarme, insomma, è ormai diventato una sirena e la conferma arriva dagli esperti del Museo Civico, come il botanico Filippo Prosser.
Sono spariti i fiori per colpa del caldo?
«Quando ci sono ondate di calore certe fioriture possono essere di durata minore oppure compromessa. Una specie di negritella, per esempio, quest'anno non si è fatta proprio vedere, non è spuntata ed è la prima volta che accade da quando monitoriamo».
Da qualche anno, per spiegare, il Museo Civico studia i fenomeni climatici tenendo d'occhio fiori e piante. Ma una statistica precisa non c'è ancora.
«Però ci sono i segnali e sono precisi. Certo, come detto non c'è un dato statistico ma, ripeto, i segnali ci sono e sono inequivocabili».
Il caldo, però, in estate c'è sempre stato.
«Sì, anche in passato c'è stato caldo d'estate ma quest'anno è peggio perché il caldo è arrivato prima».
E a soffrirne, ovviamente, sono stati i fiori in fase di crescita, di fatto uccisi in fasce per usare un'espressione truce.
«Purtroppo sta succedendo quello che accade nel Mediterraneo. C'è un periodo di stasi ma poi le temperature e le dinamiche della Natura non sono più alpine».
Inutile rimarcare che così non va affatto bene.
«Certo che no! Le conseguenze sono catastrofiche: 2 gradi di aumento di temperatura corrispondono a 400 metri di dislivello. Per spiegare, tutte le vegetazioni, con questo caldo, dovrebbero spostarsi 400 metri in alto. Cominciando dalla faggeta che per sopravvivere dovrebbe alzarsi».
Tornare indietro è possibile?
«Purtroppo la china la indica la "curva di Keeling", un grafico che mostra l'accumulazione di anidride carbonica nell'atmosfera, e non ci si scappa. Non si può pensare che l'anno prossimo sarà migliore di questo. La media dei prossimi anni, anzi, sarà sicuramente peggio».
Con fiori spariti e piante a rischio a soffrire è tutto l'ecosistema, insetti e animali compresi e non solo le api?
«Le api sono quelle che si notano di più ma le piante costituiscono gli habitat e forniscono gli alimenti a tutti gli animali, non solo agli insetti. Gli animali, però, entro certi limiti si adeguano, le piante no. La faggetta, per dire, deve alzarsi per vivere ma mostra molta più resistenza».
Anche tra la flora, però, c'è chi ce la fa?
«Sì, le piante annuali, la flora urbana, quelle spontanee che crescono nella città si adattano meglio al cambiamento».
E si spostano con l'uomo?
«Gli spostamenti li notiamo tanto. Ci sono specie urbane che prima non crecevano sopra i mille metri ora ci sono fin dove ci sono insediamenti umani. E ci sono sempre più specie alloctone che vanno a sostituire quelle tradizionali. Purtroppo quando si parla di cambiamento climatico si pensa solo ai ghiacciai ma le piante rendono meglio il problema».
Insomma, la nostra flora alpina rischia di sparire lasciando il posto a piante e fiori impensabili fino a qualche tempo fa.
«Con il caldo e la siccità - riporta la biologa Giulia Tomasi - si avvantaggiano le specie mediterranee, che avranno sempre più importanza nella flora trentina. A bassa quota si assisterà inoltre ad un processo di laurofilizzazione: i boschi di latifoglie decidue (che cioè perdono le foglie in inverno) vengono progressivamente invasi e trasformati da piante arbustive e arboree sempreverdi a foglie larghe, spinose o coriacee come l'alloro (Laurus nobilis) e altre piante esotiche invasive come il lauroceraso, il ligustro lucido, il bambù e la palma».


