ROVERETO. Per una volta i ruoli si sono invertiti: a fare il bullo non è stato il «solito» giovanotto che si crede chissà chi ma un adulto e, tra l'altro, proprio nei confronti di alcuni ragazzi. Alla fine, però, aver alzato la cresta gli costa caro visto che deve pagare pegno: 300 euro di multa, 250 euro di risarcimento danni alla parte offesa ma soprattutto 2.269 euro di spese di costituzione di parte civile.

Tanti soldi, insomma, per aver fatto il gradasso senza un motivo apparente ma solo per parcheggiare la macchina in vicolo Parolari. A condannare l'uomo per minacce è stato il giudice di pace Marcello Mancini che ha messo a confronto le due versioni della storia ricostruita in aula ritenendo credibile quella della vittima, supportata da molte altre testimonianze. Perché alla scena - erano le cinque del pomeriggio - hanno assistito diversi giovani che si trovavano nei pressi del bar Zaffiro a chiacchierare.

Ma cos'è successo? Una macchina è entrata nel vicolo da corso Rosmini con l'intenzione di parcheggiare. Sul muretto a lato strada erano seduti dei ragazzi che sono stati sfiorati dall'auto. Il conducente, dopo aver fatto ampi gesti dall'interno dell'abitacolo per convincere gli astanti a spostarsi, si è fermato ed è sceso irritato. Prendendosela con uno dei giovani del muretto, insultandolo e minacciandolo per poi deriderlo con frasi del tipo «dai piccolino levati di qua».

Non pago, ha pure preso le chiavi del suo veicolo poggiandole sul collo del malcapitato come fossero un pugnale e ripetendo più volte «ti ammazzo, ti uccido». Uno degli amici del ragazzo minacciato si è avvicinato per provare a rasserenare gli animi ma, per tutta risposta, è stato preso per la maglia e strattonato. L'animata discussione è durata svariati minuti prima che ognuno decidesse di andare per la propria strada. Ma la vicenda non si è certa chiusa lì. Smaltita la rabbia, il ragazzo preso di mira dell'automobilista ha deciso di denunciarlo per minacce trascinandolo davanti al giudice di pace. Che, come detto, l'ha condannato.

«Le espressioni minacciose di cui al capo di imputazione hanno certamente natura intimidatoria - scrive il magistrato onorario in sentenza - Non è necessario che il soggetto passivo si sia sentito intimidito, essendo sufficiente che la condotta posta in essere dall'agente sia potenzialmente idonea ad incidere sulla libertà morale del soggetto passivo. Il reato di minaccia è reato di pericolo che non presuppone infatti la concreta intimidazione della persona offesa ma solo la comprovata idoneità della condotta ad intimidirla».