ROVERETO. «Manifestare a sostegno della popolazione palestinese e chiedere la fine delle sofferenze dei civili è pienamente legittimo. Ma quanto si è sentito all'esterno del palazzetto di Rovereto durante gli Europei Under 18 di basket non può essere liquidato semplicemente come una protesta pacifica non rivolta agli atleti». È la posizione del consigliere provinciale Claudio Cia, che interviene dopo il presidio organizzato in occasione della partita della nazionale israeliana.

Secondo Cia, nei video della manifestazione si sentono espressioni come «nazisti», «assassini», «sionisti infami» e «tornatevene a casa», scandite mentre la squadra israeliana, composta da giovani atleti, si trovava davanti all'impianto sportivo. «A quel punto – afferma – la distinzione tra protesta contro le istituzioni e rispetto degli atleti non regge più. Il Governo israeliano non era sul pullman, né la Federazione internazionale stava entrando nel palazzetto: i destinatari concreti di quelle urla erano dei ragazzi».
 

Per il consigliere, lo slogan «Free Palestine» rappresenta una posizione politica legittima, ma «insultare dei giovani per la loro nazionalità, attribuire loro responsabilità collettive e intimare loro di tornarsene a casa è un'altra cosa». Un comportamento che, aggiunge, «non è solidarietà, non è educazione alla pace e non è confronto democratico, ma intimidazione».

Claudio Cia ritiene inoltre che quanto accaduto confermi l'errore di trasformare una manifestazione sportiva giovanile in un terreno di scontro sul conflitto mediorientale. «Quando la politica adulta alza la tensione davanti agli atleti – sostiene – non può poi stupirsi se qualcuno oltrepassa il limite».

Infine, il consigliere provinciale chiede «una condanna chiara, senza attenuanti e senza formule ambigue» da parte degli organizzatori del presidio e delle istituzioni. «Difendere la popolazione palestinese – conclude Cia – non richiede di trasformare giovani israeliani in bersagli simbolici. La pace si difende rifiutando l'odio, le generalizzazioni e ogni forma di colpa collettiva».