ROVERETO. È campione italiano in carica nella categoria 67 kg, ha già all'attivo una carriera costellata di premi e riconoscimenti e da pochi giorni è entrato nel gruppo sportivo delle Fiamme azzurre della Polizia penitenziaria. Andrea Setti, 23enne roveretano, era un bimbo di prima elementare quando entrò per la prima volta in una palestra dove si allenavano i lottatori.

All'istante decise che quello sarebbe stato il suo sport e così, cresciuto nel Lotta club Rovereto, a 14 anni era già entrato da titolare nella squadra nazionale azzurra. Sabato 8 novembre sarà tra gli ospiti d'onore della Coppa Italia "Memorial Luciano Debiasi" di lotta greco romana e stile libero femminile al Pala Marchetti, dove gli sarà tributato un riconoscimento di fronte a 350 atleti provenienti da tutta Italia.

Come è avvenuto il suo primo approccio alla lotta?

Avevo sei anni e a scuola l'insegnante di Scienze motorie ci faceva provare un po' tutte le discipline attraverso un progetto di avvicinamento allo sport che prevedeva il cambio di attività sportiva ogni mese. Quando siamo arrivati alla palestra del Lotta club Rovereto e ho potuto osservare gli atleti di dieci anni darsi colpi, fare capriole e salti mortali in aria ho pensato che io volevo fare proprio come loro. Con la lotta è stato davvero amore a prima vista e infatti da allora non ho mai smesso.

Quali doti deve possedere un lottatore?

Oltre alla fisicità e alla forza, per riuscire a buttare a terra l'avversario ci vogliono tecnica, tattica, velocità ed esplosività, mentre a livello mentale sono necessarie soprattutto pazienza e tenacia. Mi alleno anche due o tre sessioni ogni giorno e sotto gara seguo un'alimentazione precisa, visto che questo sport prevede le categorie di peso. Per questo mi appoggio a un nutrizionista che mi indica esattamente cibi e quantità, è un percorso tosto ma si deve fare. Prepararsi alle gare è come comporre un puzzle: devono esserci tutte le tessere altrimenti non si completa il disegno e questo significa che non sei in perfette condizioni per lottare.

A chi si ispira nel suo percorso sportivo?

Non penso a un campione in particolare ma al mio allenatore Luciano Debiasi, fondatore del Lotta club Rovereto negli anni Settanta, venuto a mancare qualche anno fa. Continuo ancora oggi a seguire l'etica che mi ha trasmesso, perché lui sapeva portare i lottatori al massimo delle loro possibilità e questo penso valga più di tutto. Debiasi ha sempre creduto in me, mi ha dato fiducia fin dai primi tempi, quando mi diceva che fossi rimasto legato alla palestra un giorno sarei potuto arrivare lontano.

Qual è stata fino ad ora la sua competizione più importante?

Sicuramente i due tornei di qualifica per le Olimpiadi dell'anno scorso. Mi ha riempito di orgoglio partecipare alla selezione europea e poi mondiale, anche se non sono riuscito ad arrivare all'obiettivo. Sono però ottimista, questa fase mi ha dato buone prospettive e ora sogno le Olimpiadi 2028.

La lotta greco romana continua a essere percepita come una sport di nicchia, per quali ragioni?

Forse perché sembra uno sport violento, ma in realtà nelle competizioni non c'è proprio nulla che abbia a che fare con la violenza. Ci sono principi e regole da rispettare come in tutti gli sport e tecniche secondo le quali i lottatori ottengono un determinato punteggio. È uno sport individuale, sul materassino sei da solo a combattere, ma allo stesso tempo conta moltissimo lo spirito di squadra, il senso di famiglia che si crea dentro il club.

Ora lo sport è diventato la sua professione?

Sì, è uno step che raggiungi quando sei a un certo livello e passi dall'essere dilettante a diventare un professionista. Lo sport per me si è tramutato da passione a lavoro e in questo passaggio ho avuto il sostegno dei miei genitori, così come di tutto il team che mi segue.